Il valore di mercato, questo sconosciuto!

22 Settembre 2011 9 commenti

Sfondo Cagliari

Sarà capitato a tutti di interrogarsi su quale sia il valore di un determinato immobile. Magari perché vorremo vendere una vecchia casa ereditata dai nonni e ci chiediamo quanto potremmo ricavarne, oppure perché siamo curiosi rispetto ad alcune abitazioni dall’aspetto lussuoso. Più frequentemente ci poniamo tale quesito perché vorremmo acquistare casa e dobbiamo fare i conti con il nostro budget. In questo caso ci viene proposto (sarebbe meglio dire imposto) il prezzo dal venditore, spacciandolo come “il valore dell’immobile”. Ma sarà poi corretto? E se non lo è, perché è sbagliato? E di quanto?

Inutile dire che, escluse poche eccezioni, il “valore dell’immobile” ci appare spesso spropositato e non solamente in relazione alle nostre finanze. Infatti restiamo sovente perplessi, se non addirittura basiti, a fronte di richieste economiche che ci appaiono decisamente troppo elevate rispetto alle nostre ragionevoli previsioni.

L’obbiettivo di questa chiacchierata è quello di rendere più chiari alcuni concetti, spesso disattesi, che ci aiuteranno a capire che la cifra richiestaci dal venditore sia molto spesso ampiamente superiore al reale valore di mercato dell’immobile. Voglio subito chiarire che non ho nessuna pretesa di proporre presunte soluzioni ad un sistema certamente penalizzante per i potenziali acquirenti, ma vorrei solamente cercare di esplicare e rendere noti alcuni importanti dettagli, con l’unico intento di rendere più consapevoli gli ipotetici compratori.

Nel cominciare desidero mettere l’accento su un particolare che si verifica sovente, non solamente in periodi di incertezza economica: molti immobili vengono messi in vendita, per un determinato importo stabilito dal venditore, ma restano invenduti per periodi lunghissimi, anche anni; se il venditore non accetta di rivedere le proprie richieste a volte capita di non riuscire a vendere mai il suo immobile. Questo aspetto ha particolare valenza e ci porterà a delle importanti conclusioni.

Ma andiamo per ordine e soffermiamoci su alcune brevi premesse; cercherò di non tediarvi evitando tecnicismi e concetti prolissi.

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Quando procediamo con la stima di un immobile occorre tenere ben presente la conoscenza tecnica dell’immobile, la conoscenza economica del mercato di riferimento, la conoscenza dello scopo della stima. A seconda dello scopo della stima individuiamo differenti “valori” dell’immobile. Non voglio soffermarmi sulle differenze concettuali ma voglio concentrare la mia attenzione al caso più comune, ossia la stima al “valore di mercato”. Infatti questo è il caso in cui si procede alla stima di un immobile, con lo scopo della compravendita, solitamente per l’utilizzo diretto dello stesso. Quando ad esempio acquistiamo un appartamento per andare a viverci con la nostra famiglia oppure una casa al mare per le vacanze, siamo interessati al valore di mercato.

Per concludere le nostre premesse, vediamo cosa si intende nelle discipline economiche ed estimative per “prezzo” e per “valore di mercato” e quali sono le differenze.

Quando parliamo del prezzo, ci riferiamo ad una compravendita già avvenuta! Il prezzo rappresenta la quantità di denaro che è stato speso per acquistare quel bene. Il prezzo è un dato storico! Quando un immobile è sul mercato, non è quindi corretto parlare di prezzo da pagare! E’ invece corretto farlo quando la compravendita è avvenuta, indicando col prezzo quanto abbiamo effettivamente pagato! Ricordiamo che nelle discipline economiche il prezzo di un bene è generato dal rapporto fra domanda ed offerta sullo specifico mercato di riferimento.

Quando parliamo di valore di mercato, ci riferiamo ad una compravendita che non è ancora avvenuta e peraltro non è detto che avvenga! Il valore di mercato è il più probabile prezzo che potrebbe essere pagato per l’acquisto di quel bene, qualora avvenisse una compravendita: si tratta quindi di “prevedere” quale sarà il “prezzo più probabile” in caso di compravendita! Ecco perché l’individuazione del valore di mercato richiede un giudizio di stima, cioè una previsione! Il valore di mercato quindi è un valore non certo (perché non è ancora avvenuto) ma stimabile (perché potrà avvenire), che dipende dall’andamento del mercato, nonché da altri fattori intrinseci dell’immobile.

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Concluse le premesse, torniamo ora alle nostre riflessioni.

Il valore di mercato fluttua inevitabilmente con l’andamento del mercato e quindi lo stesso immobile assume valori diversi al trascorrere del tempo, non necessariamente in maniera crescente. Abbiamo detto che tale valore rappresenta il più probabile prezzo che potrebbe essere pagato per l’acquisto dell’immobile qualora si verifichi una compravendita. Ergo deve esistere una reale potenzialità di vendita dell’immobile.

A questo punto possiamo tornare alla riflessione di prima, dove dicevo che sovente accade che degli immobili in vendita restino invenduti per periodi molto lunghi. Ciò significa che in quello specifico mercato di riferimento, in quel particolare periodo storico, quell’immobile non ha la potenzialità di vendita per l’importo richiesto dal venditore. Cioè la cifra richiesta è superiore al valore di mercato! Se l’importo richiesto fosse il reale valore di mercato, nel breve periodo si giungerebbe verosimilmente all’individuazione del potenziale acquirente ed alla conclusione della compravendita. Infatti si tratta di prevedere l’ipotetico prezzo di compravendita, ossia quello che rende uguale il livello della domanda ed il livello della offerta (rappresentato graficamente dal punto di incontro delle due funzioni). graficoE’ quindi evidente che il prezzo è quello che instaura un sistema di equilibrio tra domanda e offerta. Analogamente accade al valore di mercato, che ne rappresenta una sua previsione. Insomma l’individuazione del valore di mercato (stima) deriva da una precisa previsione di un evento che si verifica (vendita immobile) per un determinato importo economico (prezzo di compravendita). Se a quella stima non segue la vendita dell’immobile, oppure questa avviene per un importo sostanzialmente differente, allora il valore di mercato è stato stimato in maniera non attendibile.

Vanno poi evidenziate le solite eccezioni; facciamo un esempio. Supponiamo di mettere in vendita una casa al mare, ragionevolmente stimata, ad esempio, per 300.000 €. Immaginiamo poi che arrivi uno sceicco arabo (tanto per citare qualcuno che può permettersi extralussi) che ritiene la casa adatta ai suoi sogni, magari perché prospiciente la sua spiaggia preferita, oppure perché la vuol donare in regalo a qualcuno; poniamo che offra una cifra decisamente spropositata, tanto per strafare poniamo un milione di euro! Bene, dovremmo forse dedurne che quest’ultimo è il reale valore di mercato? Direi proprio di no, ci mancherebbe! Infatti tale offerta è un fatto estemporaneo, assolutamente casuale e statisticamente irripetibile.

E’ inoltre importante notare quanto segue:

Il fatto che le richieste economiche avanzate dai venditori siano sistematicamente sopra la soglia del reale valore di mercato, porta ad un effetto collaterale paradossale: il reale valore di mercato di un immobile, viene alterato da questa realtà e tende a migrare verso importi più alti, condizionando l’andamento stesso del mercato. Questo si spiega col fatto che nel tempo i potenziali acquirenti tenderanno, entro una certa misura, ad adeguare la loro disponibilità verso impegni di spesa sensibilmente maggiori, causa l’uniformarsi delle richieste tendenzialmente “al rialzo” dei venditori. Così facendo, gli acquirenti, accettando di pagare dei prezzi “sopra la soglia”, contribuiscono ad alterare l’andamento del mercato, favorendo un rialzo dei prezzi degli immobili.

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Proviamo ora a ricapitolare alcune conclusioni:

a)      Il valore di mercato deve tener conto della reale potenzialità di vendita di quell’immobile, in quel particolare momento storico. E’ un valore destinato a fluttuare nel tempo in quanto dipende sensibilmente dall’andamento del mercato. Non si tratta quindi di un valore intrinseco, né può essere considerato un valore tout court di quell’immobile.

b)     Se un immobile messo in vendita resta invenduto per periodi molto lunghi, significa che quell’immobile non ha potenzialità di vendita per quell’importo richiesto dal venditore, in quel particolare momento storico. Ciò è sintomo del fatto che l’importo richiesto sia superiore al valore di mercato del momento!

c)      Nello studio del mercato di riferimento, occorre prestare attenzione alle eventuali compravendite avvenute in via eccezionale a prezzi anche molto differenti da una stima oculata. E’ necessario quindi valutare in maniera severa gli eventuali scostamenti dell’avvenuto prezzo di vendita dal mercato reale. Ossia, nell’individuazione del valore di mercato, non possiamo considerare gli episodi estemporanei e casuali se riteniamo siano statisticamente irripetibili.

d)     Richieste economiche superiori al valore di mercato, spesso condizionano al rialzo il valore di mercato di immobili simili nell’immediato futuro. Vale a dire che se le richieste dei venditori sono uniformate tendenzialmente “al rialzo” nel tempo, i potenziali acquirenti tenderanno, entro una certa misura, ad adeguare la loro disponibilità verso impegni di spesa sensibilmente maggiori. Il valore di mercato degli immobili quindi tende realmente ad aumentare, forte della acquisita potenzialità di vendita.

Da quanto esposto al punto d), se ne deduce che le richieste “fuori mercato” dei venditori, alla lunga, finiscono paradossalmente per “allineare” il mercato alle loro richieste, premiando i venditori che disattendono il reale valore di mercato! Questo non è ovviamente un processo irreversibile e tiene conto anche della fluttuazione del mercato.

Questo circolo vizioso è di fatto una caratteristica propria di alcuni mercati (non solo immobiliari) e viene a sua volta condizionata da cause esterne. E’ significativo riflettere ad esempio sul fatto che periodi di crisi finanziaria e di incertezza economica portano a rallentare o arrestare questo processo.

Processo che potrebbe essere arrestato, o addirittura condizionato ad andare in controtendenza, da un atteggiamento concordato e compatto degli acquirenti. Ma questa purtroppo è un’utopia!

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Voglio concludere queste brevi riflessioni con un sorriso.

Quando leggiamo degli annunci relativi a vendita di immobili, occorre prestare la dovuta attenzione ai dettagli, anche lessicali, per evitare di incorrere in fuorvianti errori interpretativi. L’ultimo sfacelo grammaticale l’ho notato qualche giorno fa sulla vetrina di una agenzia immobiliare, dove spiccava in primo piano il seguente annuncio per la vendita di un appartamento:

………. ZONA CENTRALE, VENDESI APPARTAMENTO CON ASCENSORE DI 140 MQ, BUONA ESPOSIZIONE, DUE BAGNI, ……….

Interpretando alla lettera, un dubbio potrebbe sorgere spontaneo: a chi diamine potrà servire un ascensore di 140 mq?

Categorie:Pseudo Tecnica

Nucleare: l’inesistenza del “rischio zero”

14 Giugno 2011 7 commenti

nucleare

Il dilemma delle centrali nucleari, della loro sicurezza e della loro affidabilità, ci viene sovente esposto come legato in maniera indissolubile alla “tipologia tecnologica” delle centrali stesse (di prima, di seconda, di terza generazione…). Tutto ciò è indubbiamente realistico, ma viene abilmente utilizzato dai politici, pro o contro il nucleare, per sostenerne o criticarne la necessità; il tutto credo avvenga (almeno in questo caso) in ragionevole buona fede.

Ma come può il cittadino avere una propria opinione sul reale pericolo del fenomeno se poi anche gli esperti hanno spesso pareri contrastanti? Per rendersene conto è sufficiente andare su internet e visionare la miriade di articoli, interviste e videointerviste anche a studiosi di sicura competenza nel merito per scoprire l’assoluta discrepanza dei loro pareri.

E allora che fare? A chi credere? Che provvedimento adottare per il bene del Paese (e del mondo intero…)?

Premesso che se anche non avessimo altri elementi di paragone, il fatto stesso di non averli dovrebbe essere, a mio avviso, elemento di diniego all’utilizzo del nucleare. Tutto ciò almeno fino a nuovi studi scientifici che ci facciano propendere, grazie alle migliori conoscenze, verso l’opportunità di utilizzo o di abolizione definitiva.

Vorrei in questa sede tentare di fare il punto della situazione, senza farmi trascinare dall’emotività che deriva dagli eventi recenti, cercando di esprimere un parere scevro da dannose presunzioni e aperto alle critiche costruttive.

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In tutti i processi industriali e in tutti i prodotti della tecnologia avvengono dei progressivi miglioramenti costruttivi che derivano dai nuovi studi e che vertono, ovviamente, anche e soprattutto nell’esame delle esperienze (positive o negative) del funzionamento dei modelli “precedenti”. In estrema sintesi tutto ciò rappresenta “banalmente” l’evolversi della tecnologia!

Gli esempi sono un’infinità in tutti i campi della tecnologia. Per citarne uno pensiamo ai progressi raggiunti in campo aeronautico dai tempi dei fratelli Wright ad oggi. Quante inevitabili vittime vi sono state però in quel settore?

Verrebbe da chiedersi se e quando finisce la sperimentazione e se e quando possiamo considerare un prodotto definitivamente sicuro. La risposta, mi spiace deludere i lettori, è: MAI!

Prima di spiegare questo aspetto, sicuramente controverso che starà facendo sobbalzare sulla sedia anche qualche esperto e tanti sedicenti tali, voglio però raccontarvi una breve storiella.

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Tanti anni fa, quando ero un giovane studente universitario, alla prima lezione di un corso specialistico, si presentò in aula il docente che noi tutti conoscemmo per la prima volta. Nel suo discorso introduttivo alla disciplina a noi ancora sconosciuta, pronunciò una frase che lasciò di stucco un po’ tutti noi, studenti eredi di un biennio durissimo con un imprinting a vocazione fortemente matematica, con una mente non ancora rimodellata dagli insegnamenti che caratterizzano la mentalità tipicamente ingegneristica. Insomma, eravamo ragazzi abituati a pensare in modo razionale, dove due più due era pari a quattro e tanto bastava. Ecco, questo eravamo. Il docente ad un certo punto pronunciò una frase che, semplificata, poteva riassumersi così:

“Se non capitasse mai un incidente aereo, se non affondasse mai nessuna nave, se non crollasse mai alcun ponte, significherebbe che noi ingegneri non abbiamo capito molto dei metodi di calcolo che utilizziamo”.

Noi tutti restammo sbigottisti, convinti come eravamo che il prodotto tecnologico derivante da rigorosi studi scientifici fosse “sicuro” per antonomasia. In realtà il nostro buon docente, con la sua espressione un po’ “ad effetto” volle solamente prepararci all’introduzione del concetto di probabilità e di “rischio accettabile” che, sia pure con modalità anche molto differenti fra loro, interessa sempre le metodologie di calcolo, praticamente in tutti i campi della tecnologia.

Niente paura, non intendo certo dilungarmi in tali disquisizioni scientifiche e probabilistiche, ma voglio solamente prender spunto dalla frase del professore per chiarire un concetto, lasciato in sospeso qualche riga sopra, dove dicevo che un prodotto non possa definirsi MAI definitivamente sicuro.

Tutto ciò ha un senso ed una sua valenza se ci mettiamo d’accordo sul significato dell’aggettivo “sicuro”. Se, come credo avvenga nella mente di tanti, il concetto di sicurezza rappresenta la “certezza matematica” che un evento non accada mai, allora non esistono e non esisteranno mai tecnologie e prodotti assolutamente “sicuri”! Se accettiamo che vi sia una probabilità, sia pure remota, in alcuni casi remotissima, che un evento si verifichi, allora abbiamo adattato il concetto di sicurezza ad un mondo reale, siamo passati da un concetto puramente teorico ad un’applicazione pratica, con tutte le implicazioni scientifiche che ciò comporta.

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Alla luce di quanto detto, va da se che non esistono tecnologie assolutamente sicure che ci confortino con un livello di “rischio zero”. Allora per quale motivo dovremmo utilizzarne alcune e scartarne altre? Mi rendo conto che ai più potrà sembrare barbaro ma, la discriminante è semplicemente il numero di vittime che tale tecnologia può provocare in caso di incidente. Mi spiego meglio introducendo alcuni esempi.

Se si rompe il cavo che tiene sospeso un paracadutista al suo paracadute, quante vittime si possono provocare? Risposta: UNA!

Se si rompe la rubinetteria della bombola di un subacqueo che è immerso a parecchi metri sott’acqua, quante vittime si possono provocare? Risposta: UNA!

Se si verifica una rottura al sistema frenante di un’automobile, quante vittime si possono provocare? Risposta: Nei casi più gravi, se vengono coinvolte altre auto o dei passanti, anche qualche decina!

Se si verifica un guasto ad un piccolo aereo biposto, quante vittime si possono provocare? Risposta: Nei casi più gravi, se il veivolo precipita in un luogo abitato, anche parecchie decine, forse centinaia.

Se si verifica un guasto ad grosso aereo di linea con diverse centinaia di passeggeri a bordo, quante vittime si possono provocare? Risposta: Nei casi più gravi, se il veivolo precipita in un luogo abitato, parecchie centinaia, forse qualche migliaio.

E se crolla un ponte? O un palazzo? E se affonda una nave passeggeri?

Se poi tali eventi si verificano non per un incidente ma per volontà dell’uomo, come accade nel caso di attacchi terroristici, la “probabilità che l’evento si verifichi” segue ovviamente altre logiche, difficilmente prevedibili, anche in termini probabilistici.

Che cosa cambia nei vari esempi appena fatti?

E’ cambiata semplicemente la portata delle conseguenze a cui si va incontro in caso di incidente! In tutti i casi citati non si ha la certezza che l’evento non accada ma, al contrario, si è consapevoli del fatto che l’evento possa verificarsi e che in tal caso si avranno delle vittime. Tanto maggiore è la portata del danno, tanto minore è il rischio che viene accettato in fase di progettazione/manutenzione. L’accuratezza che si pone nella manutenzione delle parti meccaniche di una automobile non è la stessa che si pone nella manutenzione delle parti meccaniche di un aereo passeggeri. I coefficienti di sicurezza utilizzati nel dimensionamento di una importante struttura (ponte, diga, edificio, ecc. …) non sono gli stessi che si utilizzano nel dimensionamento del telaio di un ciclomotore. Tutto ciò può sembrare barbaro ai profani ma è il frutto di scelte di differenti livelli di sicurezza da adottare in funzione del numero di vittime che si rischia di produrre in caso di incidente!

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Veniamo ora al problema del nucleare.

In caso di incidente in una centrale nucleare quante vittime si possono provocare, considerando anche coloro che nel corso dei decenni successivi subiranno gli effetti posticipati ed indiretti dell’incidente?

Beh, forse basterebbero pochi gravi incidenti in aree diverse del pianeta per modificare completamente la vita sullo stesso, con conseguenze disastrose di difficile immaginazione.

Oltre agli incidenti dovuti agli errori del’uomo, consideriamo ora il caso (purtroppo tutt’altro che irreale) di attentati terroristici (11 settembre docet). Una centrale nucleare (o alcune contemporaneamente) che vengono fatte oggetto di attentati terroristici provocherebbero un numero così elevato di vittime ed uno stravolgimento della vita sul pianeta le cui conseguenze sfuggono a tutti e non sono quindi del tutto prevedibili!

Certo, diranno in tanti, ma quando gli USA e l’URSS si “sfidavano freddamente” a suon di testate nucleari, il pericolo era simile, forse anche maggiore. Vero! Inoltre il pericolo, sia pure molto più contenuto, è ancora elevato, infatti non conosciamo né il potenziale residuo, né altre informazioni circa l’ubicazione. Oggi inoltre, sono tante le nazioni che possiedono armamenti bellici di tipo nucleare, quindi, sia pure per altre vie e con altri utilizzi, il pericolo di disastro nucleare è sempre reale. Ma questo è un altro problema che segue altre logiche e, ad ogni modo, non può essere una motivazione valida per giustificare l’accettazione di ulteriori rischi.

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Ecco, tornando al problema delle centrali nucleari, io credo che questa breve riflessione possa aiutarci a valutare meglio il rischio al quale si va incontro in caso di incidente (remoto) o di atto terroristico (purtroppo più probabile) che coinvolga una centrale nucleare. Ciò che ne deriva non giustifica, a mio avviso, la scelta di utilizzo dell’energia nucleare.

Va anche detto che l’abbandono del nucleare da parte di una nazione, a poco serve se la maggior parte delle altre nazioni, magari confinanti, lo adottano. Ma questa non può essere la discriminante! Semmai potrebbe essere un primo passo da compiere per dare il “la” con la speranza che in futuro siano sempre più numerosi i Paesi che decideranno di abbandonare tale tecnologia e di investire maggiormente su altre fonti energetiche.

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Alla luce del recente esito referendario che, per la seconda volta in Italia, fa propendere gli italiani per la scelta di diniego all’utilizzo di centrali nucleari, mi sorge però spontanea una riflessione:

La nostra nazione dovrà dimostrare di essere all’altezza della situazione decidendo di investire massicciamente nello studio delle fonti di energia alternativa, sia in termini di perfezionamento di quelle esistenti che nella sperimentazione di nuove. Credo infatti che solamente in tal modo la scelta matura e coraggiosa che gli italiani hanno appena manifestato alle urne, possa essere realmente di input per l’avvio di un processo virtuoso che attualmente vede l’Italia come capofila in una scelta non facile ed i cui esiti sono ancora incerti e nebulosi. Ora c’è infatti da superare la sfida più difficile! 

Categorie:Pseudo Tecnica

Il vilipendio della lingua italiana

29 Aprile 2011 10 commenti

Dante Alighieri by Gustave Doré

E’ ormai da tempo che assistiamo allo sfacelo della scuola italiana, dell’università e della cultura in generale. Ogni livello scolastico ha subìto un processo di semplificazione degli insegnamenti ed un impoverimento della qualità, con poche eccezioni riservate ad alcune istituzioni scolastiche che ancora “resistono”.

In mezzo a tale confusione, circondati da sedicenti esperti di ogni genere, col moltiplicarsi di individui di millantata cultura, anche la conoscenza e la competenza è ormai “autocertificata”. E’ così che i cambiamenti lessicali, una volta ad esclusiva ed indiscussa formalizzazione di istituzioni e di accademici referenziati, oggi vengono proposti e sciorinati da chiunque, da eserciti di ignoranti che si ergono ad esperti ostentando un pedigree autoreferenziato.

Tempo fa scrivevo che la nostra società non è avara di nuove tendenze e di abitudini alle quali i popoli si uniformano. Ecco che da qualche tempo, complici anche alcuni usi deviati della tecnologia, si è imposta una nuova tendenza grammaticale: l’utilizzo della k!

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Tutto cominciò con la semplificazione delle operazioni di scrittura degli sms. Col ditino che pigia sulla microscopica tastiera del telefonino, era quasi scontato che la tribù degli adolescenti si uniformasse ad un utilizzo sempre più veloce e meno impegnativo in questa nuova tipologia di comunicazione, che induce la massa a dei veri e propri dialoghi fiume virtuali da tastiera a tastiera. E’ stato quindi un processo pressoché naturale quello che ha portato alla sostituzione iniziale della “ch” con la più veloce “k” e del “per” con la più semplice “x”. Ce n’era bisogno? Comunque sia, finché la variante grammaticale riguarda solamente gli sms, credo si possa comprendere ed accettare. Ma dopo la prima fase ecco che, forse per estensione mentale, la “k” prende il sopravento sulla “c” per sostituirla totalmente nell’alfabeto! Ma non si era parlato di velocizzare la scrittura? Una “k” al posto di una “c” cosa cambia? Una lettera al posto di un’altra lettera! E allora?

Mentre mi interrogo sull’utilità e opportunità di questa nuova abitudine, mi accorgo che non finisce qui! O meglio, la tendenza non riguarda solamente gli sms! Una parte degli italiani comincia ad utilizzare questa sostituzione anche in altri contesti dove non se ne capisce l’utilità.

Peraltro la “k” non è l’unica novità: la mentalità del giovane popolo è talmente indirizzata verso la tendenza alla semplificazione da sms da arrivare perfino ad interpretare in maniera scontata ogni segno a forma di “x” come la rappresentazione ovvia della parola o della sillaba “per”.

Celebre è l’episodio che riferisce di uno studente che deforma il cognome di Nino Bixio (noto personaggio della storia italiana legata alle vicende garibaldine) con “Biperio”. Simile e ancor più preoccupante è l’episodio in cui si riferisce di una aspirante magistrato che in una delle prove scritte di partecipazione al concorso per togati, scrisse la frase “veperata quaestio” interpretando la “x” di “vexata quaestio”! Intanto stiamo parlando di un cittadino che ha conseguito una laurea (peraltro in materie umanistiche – giuridiche); inoltre trattasi di un aspirante magistrato, quindi un personaggio che, per formazione e per mestiere, dovrebbe essere esso stesso l’icona della cultura!

Credo che non vi siano dubbi su come questi ed altri episodi rappresentino un triste aspetto del decadimento della cultura nel nostro Paese! Se avevate dei dubbi in merito, ora avete un motivo in più per ripensarci.

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Tempo fa ho assistito ad una querelle fra alcuni sostenitori di questo cambiamento ed altri che, come me, non gradivano ciò. Intanto la prima cosa che mi stupì riguardava il fatto che fra i sostenitori non vi erano solamente adolescenti e giovani ma alcuni personaggi in età da pensione. Proprio uno fra questi ultimi, forte delle sue competenze universitarie in campo linguistico, giustificava il cambiamento col fatto che la lingua italiana si evolve continuamente e questa recente variazione ne è semplicemente un aspetto. Sottolineava come l’utilizzo della “k” fosse ormai divenuto di comune ed universale utilizzo e che nelle scuole italiane il corpo docente ne dovesse assumere consapevolezza, accettandone l’uso da parte degli studenti. Insomma, incalzava costui, la lingua italiana è cambiata, la consonante “c” è quasi del tutto scomparsa e noi tutti avremo dovuto farcene una ragione ed accettare il fatto.

In merito a questa affermazione, dalla quale dissento totalmente, desidero fare una riflessione:

E’ vero che quando un cambiamento diventa diffuso nella società e viene utilizzato da un popolo sempre più numeroso, è difficile stabilire uno spartiacque che individui il momento a partire dal quale tale cambiamento venga universalmente adottato. Nel nostro caso stiamo però parlando della lingua ufficiale di una nazione e, piaccia o no, è qualcosa di codificato! Vale a dire che esiste una riconosciuta ed indiscussa rappresentazione formale-istituzionale della stessa.

A puro titolo di esempio, riferiamoci all’ingresso di tanti nuovi termini (spesso di anglosassone derivazione) nella nostra lingua: dapprima vengono utilizzati da pochi, poi da tanti, poi cominciamo a ritrovarli nella lingua scritta (giornali, libri, ecc.), poi anche nei più apprezzati vocabolari della lingua italiana. Da questo momento, forse, potremo sdoganarli ufficialmente e considerarli come acquisiti? Probabile. Resta comunque intesa l’utilità del nuovo termine.

Ma nel caso della “k”, oltre ad una chiara inutilità del suo utilizzo (ad eccezione degli sms), non si capisce chi ne avrebbe decretato il cambiamento e per mano di chi sarebbe stata sdoganata. Infatti osservo quanto segue:

Non ho mai letto un solo giornale (quotidiano, magazine o periodico di vario genere) che utilizzi tale impiego grammaticale, né ho mai letto un solo libro (di qualunque genere) che faccia altrettanto. Non ho notato un solo giornalista italiano che scriva con la “k” al posto della “c” o del “ch”, né che utilizzi la “x” al posto del “per”. Non esiste nessun documento di alcun Ente pubblico che si sia adeguato a tale forma, meno che mai la Gazzetta Ufficiale ha mai pubblicato alcun provvedimento legislativo redatto con tale sconquasso grammaticale. Inutile ovviamente ricercare tale uso nei più apprezzati vocabolari della lingua italiana. L’uso è invece limitato ad una parte dei giovani, in particolare alla comunità dei social forum e dei social network, che stanno cercando in qualche modo di imporlo.

Ma allora, signori sostenitori della k, dov’è l’avvenuto cambiamento della lingua italiana? Da chi sarebbe stato decretato? Dagli studenti liceali e da qualche aspirante magistrato di accertata crassa ignoranza? Basterebbe questo?

Ma di che CAPPA stiamo parlando?

 

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Categorie:Costume e società

Evviva, ci sono i vegetariani!

17 Marzo 2011 28 commenti

Mucca da latte

Viviamo in una società che non è certo avara di novità (utili o meno), di nuove tendenze (comprensibili o no) e di abitudini varie alle quali i popoli si uniformano, spesso senza apparente motivo, quando non addirittura in perfetto contrasto con il buon senso (o perlomeno con ciò che i più riconoscono come tale). In alcuni casi si tratta di fuochi di paglia, novità destinate a scomparire dopo poco tempo, spesso ad appannaggio dei giovani alla ricerca di un qualche status nel quale riconoscersi, esigenza dell’età adolescenziale. In altri casi si tratta di tendenze che fanno scuola e vengono sposate da tanti, soprattutto adulti. Da alcuni con profonda coscienza delle proprie decisioni, da tanti senza un ragionevole motivo ma solo perché, appunto, fa tendenza!

Fra le tante nuove tendenze, una in particolare, suscita in me alcuni dubbi ed interrogativi: la conversione alla filosofia vegetariana.

Mi è stato spiegato che in realtà occorre distinguere fra differenti “correnti”, tutte a favore del consumo di frutta e verdura, ma con diversi atteggiamenti nei confronti dei cibi di origine animale. Senza commettere troppe omissioni possiamo semplificare distinguendo i vegetariani dai vegani. I primi escludono dalla loro dieta la carne ed il pesce, i secondi rinunciano anche alle uova, al latte ed ai suoi derivati.

Escluderò dalla mia riflessione coloro che fanno queste scelte esclusivamente per fini salutistici, in gran parte condivisibili, frutto dei saggi consigli degli studiosi, ma forse in qualche misura obiettabili quando si sconfina nei casi di vero integralismo alimentare.

Nulla da eccepire neppure nei confronti di coloro che, per puro amore e rispetto nei confronti degli animali, si professano vegani e adottano le rinunce di cui sopra. Nei confronti di coloro, va la mia massima stima. La loro ammirabile virtuosità non è facilmente emulabile.

Mi piacerebbe invece riflettere con voi le scelte di quei vegetariani che si convertono a tale ideologia per dichiarato rispetto nei confronti degli animali (almeno così dicono).

A scanso di equivoci, voglio ribadire il mio disappunto per qualunque forma di soppressione animale con fine differente da quello alimentare e, a prescindere da questo, se causato in maniera di sicura sofferenza per l’animale. Senza esitazione aborro le torture per testare cosmetici, la vivisezione, anche se praticata per motivi medici, lo scuoiamento di animali vivi per la produzione di pellicce e via continuando. Ancora oggi ricordo di aver assistito da piccolo all’uccisione di suini con metodi da film dell’orrore e di conigli con sistemi da paura. Tutto questo fortunatamente non accade più nei nostri macelli, anche se non si può affermare (almeno credo) che gli animali vengano soppressi a sofferenza zero.

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Come dicevamo, i vegetariani evitano completamente la carne ed il pesce ma consumano tranquillamente latte e uova. Il tutto per avvalorare un malinteso senso di rispetto nei confronti degli animali. Si, lo ribadisco: malinteso!

Infatti il dubbio che mi assale è se costoro siano in assoluta buona fede, condizionati ed inebriati da una società che straparla e riesce a condizionare i più deboli, oppure se anche loro, come gli adolescenti di cui si parlava prima, siano vittime della voglia di apparire, alla ricerca di uno status nel quale riconoscersi. Oppure, ancora, siano semplicemente degli sprovveduti incapaci di valutare autonomamente il reale stato delle cose.

A tal proposito invito i lettori ad una valutazione: avete idea di quali siano le condizioni di vita alle quali devono sottostare le mucche da latte e le galline ovaiole?

Le mucche vengono costrette a trascorrere la loro vita produttiva in spazi ristrettissimi, quasi immobili, con una mangiatoia davanti al muso, due barre di ferro ai lati, indotte alla crescita sproporzionata delle mammelle agganciate alle mungitrici meccaniche. Queste povere bestie, una volta terminata la loro vita utile per la produzione del latte, vengono comunque soppresse, forse macellate come carne da brodo. Infatti nessun imprenditore ovviamente spenderebbe per tenerle in vita senza un tornaconto economico.

Nel caso delle galline ovaiole non vi è tanta differenza. Esse vengono tenute per tutta la vita in gabbie strettissime senza la possibilità di percorrere neppure un metro, vengono indotte alla produzione massima possibile e, alla fine della loro vita riproduttiva, vengono soppresse esattamente come avviene alle mucche, per gli stessi motivi.

Ora a me sorge spontanea una domanda:

E’ più dignitosa e causa minor dolore la soppressione dell’animale da giovane per destinarlo alle nostre mense, oppure costringerlo a vivere un’intera vita in condizioni di estrema sofferenza, senza peraltro evitargli la soppressione che viene comunque solamente posticipata a quando non sarà più in grado di produrre sufficiente latte o uova?

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Non riesco a mandar giù gli atteggiamenti di coloro che si vantano tanto di evitare carne e pesce perché “non è corretto”, salvo poi abbuffarsi di formaggi, uova e latte affermando che “la mungitura è un fatto indolore” e che “le uova vengono deposte comunque, quindi perché non mangiarle?”.

Si, forse nella fattoria di Nonna Papera, o magari in alcuni (purtroppo sempre di meno) “allevatori per uso personale” che trattano gli animali come vorrebbero essere trattati loro. Ma queste sono solo delle rare eccezioni. I prodotti che acquistiamo provengono tutti da allevamenti intensivi.

Inoltre la mia indignazione cresce ancor di più quando mi accorgo che tantissimi fra i sedicenti vegetariani “pro animali”, acquistano portafogli, cinture o borse in pelle! Alla faccia della coerenza e del rispetto per gli animali!

A fronte di tutto ciò, mi assale un ultimo dubbio che voglio esporre con uno slogan che “fa tendenza”: ma costoro ci sono o ci fanno?

Categorie:Costume e società

Sicurezza cantieri: l’atteggiamento dei lavoratori

26 Gennaio 2011 2 commenti

Sicurezza 01

Da tanti anni mi occupo a tempo pieno dell’organizzazione e della direzione tecnica dei cantieri, gestendo l’intero iter costruttivo. Mi interesso inevitabilmente anche della gestione della sicurezza, organizzando le lavorazioni e vigilando sul loro svolgimento.

Ho elaborato una mia idea su perché si continui a morire nei luoghi di lavoro e ho maturato una personale convinzione in merito alle responsabilità, credo scevra da preconcetti e luoghi comuni. Sono sempre disponibile all’analisi critica ed al confronto.

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Tutti parlano di sicurezza nei luoghi di lavoro, troppi si riempiono la bocca di facili giudizi; i legislatori producono una infinità di norme spesso complesse e non sempre applicabili nella realtà dei fatti. In caso di infortuni i magistrati applicano in maniera severa le leggi, i sindacati sbraitano dall’alto dei loro comodi pulpiti, i politici partecipano ai talk show e si uniformano alle convinzioni comuni, utili solo per il loro consenso. Tutti puntano il dito sempre contro gli stessi presunti responsabili. L’opinione pubblica viene indirizzata verso un’unica direzione.

Ma sarà tutto così giusto? Veramente si possono separare in maniera netta i buoni dai cattivi? Il sistema è corretto? E’ perfettibile? Oppure è totalmente inadeguato? In questo mondo di sedicenti sapienti è fin troppo facile diventare bersaglio di coloro che con l’utilizzo distorto dei media deformano le notizie, con prese di posizione alimentate dalla non conoscenza reale del fenomeno.

In questa sede non voglio affrontare l’argomento nella sua generalità, che per complessità e vastità non è riducibile a qualche paginetta di appunti. Magari questo potrebbe essere solamente un primo spunto di riflessione da condividere con coloro che possiedono l’onestà intellettuale per ragionare senza condizionamenti esterni e senza paure di andare contro corrente.

Approfitterò quindi di questa occasione per richiamare un fatto e proporre una semplice riflessione.

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Qualche tempo fa, a seguito di un incidente in un luogo di lavoro, una televisione locale mandò in onda le interviste ai soliti presunti esperti, i quali, a poche ore dall’accaduto, ancor prima che la magistratura e la PG svolgessero le indagini di rito, avevano già la loro lista di colpevoli. In particolare mi colpì la frase pronunciata da un funzionario di uno degli enti che si occupano di infortuni sul lavoro, prontamente condivisa da tutti i presenti (politici, sindacati, funzionari), quasi avessero timore di stare fuori dal coro. La frase che suscitò il mio disappunto si poteva riassumere così:

«Quando accadono gli incidenti sul lavoro, la colpa non può mai ricondursi al lavoratore, neppure in concorso, ma è sempre riconducibile al datore di lavoro e ai suoi delegati».

Fin qui la mia disapprovazione fu solamente parziale, ritenendo che nessuno sia esente da responsabilità per “partito preso” ma che le stesse debbano essere vagliate e contestualizzate. La mia insofferenza divenne però indignazione quando fece seguito la motivazione che venne sostenuta a giustificazione di quanto affermato. Il funzionario quindi proseguì:

«Infatti non si capisce per quale motivo un lavoratore dovrebbe assumere atteggiamenti da incosciente, che mettano a rischio la propria incolumità. E’ assolutamente inverosimile che questo possa accadere. Il lavoratore non può che svolgere in maniera responsabile la propria mansione, perché nessuno metterebbe inutilmente in pericolo la propria vita; quando ciò accade esistono sempre delle coercizioni esterne».

Ebbene, questa affermazione, apparentemente di poco impatto e forse per tanti ragionevole e di buon senso, a me apparve subito come una provocazione, dettata dalla presunzione, dalla voglia di contestare e da una visione molto limitata dei fatti. O forse solamente dall’ingenuità e dalla buona fede. Comunque sia è sintomatico di un sistema che non funziona, se coloro che si occupano del problema siano così poco attenti a ciò che accade.

Ma veniamo a noi. Pur convinto dell’infondatezza di tale tesi, non mi dilungherò in contestazioni. Ma poiché sono convinto che sia il buon senso la prima regola da seguire, mi limiterò ad esprimere solamente un ragionevole dubbio. Ognuno di voi si dia la risposta che ritiene più opportuna:

Assistiamo quotidianamente a numerosi episodi ad opera di cittadini che vivono le nostre città come il far west. Si pensi, solo per citare dei casi noti a tutti, a cosa accade ad esempio sulle nostre strade. Mi riferisco a quegli individui che si mettono alla guida delle loro auto dopo aver bevuto un bicchiere di troppo o dopo aver fatto uso di droghe (coscienti dei rischi che corrono?). Penso ancora a coloro che pur essendo sobri guidano a velocità pazzesche, o comunque assumono atteggiamenti sconsiderati, disattendendo completamente il codice della strada. Questi personaggi dimostrano incoscienza e disprezzo per le regole e mettono in pericolo l’incolumità propria e quella degli altri; magari per presunzione, sottovalutando il rischio, o per prepotenza e stupidità. Ad ogni modo costoro assumono degli atteggiamenti folli, incuranti totalmente delle conseguenze che ne possono derivare. Gli eventi sono sotto gli occhi di tutti.

Ecco, coloro, quando si trovano sul luogo di lavoro, diventano all’improvviso dei cittadini seri, rispettosi e ligi ai loro doveri? Si comportano in maniera consapevole valutando con il buon senso e la ragione il pericolo? Seguiranno scrupolosamente le disposizioni impartite da coloro che hanno il compito di vigilare? Oppure continueranno ad assumere comportamenti a rischio perché ciò fa parte del loro atteggiamento abituale? Dimostreranno incoscienza solamente al di fuori dell’orario di lavoro, oppure è verosimile ritenere che il loro modo di fare non distingua fra lavoro e vita privata?

Io penso che la risposta sia scontata; così pure il commento alla frase pronunciata dal funzionario.

Ritengo basti questa riflessione per comprendere che uno stato civile e maturo, che intenda realmente affrontare i problemi piuttosto che fingere di farlo, non possa fossilizzarsi su convinzioni faziose e di comodo.

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Agli inizi della mia professione, un collega più esperto di me, mi disse che, per assicurare il rispetto delle disposizioni di sicurezza impartite, nei cantieri non sarebbero sufficienti i tecnici ma occorrerebbe l’esercito in assetto di guerra. Affermò che il sistema legislativo persegue sempre coloro che sono deputati al controllo, senza eccezioni. Secondo lui sarebbe come sostenere, per assurdo, che per gli incidenti automobilistici che avvengono in autostrada venissero perseguiti gli agenti della Polstrada per non aver vigilato.

Quelle del collega erano solamente delle battute provocatorie che avevano il fine di sdrammatizzare una situazione pesante e mal digerita da chi fa il nostro mestiere. Oggi le sue lamentele mi appaiono più comprensibili. Infatti dopo tanti anni di lavoro ho riscontrato che la difficoltà maggiore nei cantieri non è quasi mai di natura esecutiva od organizzativa, né amministrativa o gestionale, ma è la vigilanza nell’ambito della sicurezza. Nonostante gli impegni delle aziende, sia con la doverosa formazione dei lavoratori, che con la vigilanza continua, poco si ottiene con coloro che adottano un modus operandi spaccone ed irriverente. Essi continuano ad assumere atteggiamenti a rischio, cercando sempre di eludere la sorveglianza e agire a modo loro, in barba alle disposizioni anche più rigide!

Di questo purtroppo non si tiene mai conto. Al contrario. La campagna mediatica relativa agli incidenti sul lavoro e la tendenza giurisprudenziale, viaggiano in una sola direzione: vengono perseguiti quasi esclusivamente coloro che sono deputati a vigilare senza mai tenere conto dell’impossibilità di ottenere dei risultati a fronte degli atteggiamenti sconsiderati di alcuni lavoratori.

Meditiamo…

Categorie:Sicurezza Cantieri

Aiuto, c’è un cane in cantiere!

17 Dicembre 2010 27 commenti

Birillo 04

Questa è la storia di un’amicizia fra uomini e cani.

La voglio raccontare in maniera leggera ed allegra, ma con la speranza che non perda la sua preziosità e che restino intatti i sentimenti che hanno scaldato il cuore di tanti.

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Alla fine del duemilasette, cominciai ad occuparmi della gestione di un cantiere per la costruzione di un importante edificio pubblico, in territorio di Olbia. In quel periodo facevo la spola settimanalmente fra Cagliari e il nord-est dell’isola, dedicandomi anima e corpo a quella commessa che aveva bisogno di una sostanziale iniezione di impegno quotidiano e di una assidua direzione tecnica. Solamente alcuni mesi dopo sarei riuscito ad effettuare un trasloco e a soggiornare per quasi tre anni nella cittadina gallurese, meta ambita dai turisti e crocevia di individui di ogni genere.

L’azienda incaricata della realizzazione dell’opera mi aveva “spedito” in quei luoghi per risollevare le sorti di un cantiere nato qualche tempo prima, arenatosi fra mille difficoltà affrontate in maniera discutibile, che stava provocando un salasso dei capitali aziendali e accumulando ritardi cronici. Mi aspettava quindi un bel da fare!

Figuriamoci, io che ero appena tornato nell’isola dopo una lunga permanenza di lavoro “oltre tirreno”, speravo di poter soggiornare quantomeno qualche tempo nella mia Cagliari, invece avevo dovuto affrontare l’ennesima nuova destinazione.

Va bene, mi dicevo, d’altronde è il mio lavoro e oltretutto anche spostarsi così spesso detiene i suoi aspetti positivi! Ma stavolta, non capivo ancora bene perché, lo facevo quasi controvoglia. Si, proprio controvoglia, questa nuova esperienza non mi piaceva affatto!

Non so se esista qualcosa che ci faccia intuire il bene ed il male che stanno per arrivare nella nostra vita, ma io quella volta non riuscivo a presagire nulla di buono. In effetti, quasi tre anni dopo, consegnata l’opera alla committenza e lasciata Olbia, l’unico ricordo piacevole che conservo dell’esperienza gallurese è quanto mi appresto a raccontarvi, insieme alle mie immersioni subacquee e le mie escursioni in gommone nel meraviglioso arcipelago di Tavolara. Ma questa è un’altra storia.

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Arrivò in fretta il duemilaotto e ci ritrovammo in cantiere, dopo la breve pausa per le festività, per ricominciare di gran lena. Eravamo ancora in pochi perché la maggior parte del personale, proveniente da diversi Paesi europei e nord-africani, aveva prolungato il periodo di riposo di fine anno. Il nostro era un cantiere veramente multietnico! La rappresentanza italiana era costituita da un “plotone” di simpatici siciliani e da un’unica presenza olbiese.

Fu così che le prime avvisaglie di un imminente cambiamento furono proclamate in dialetto siciliano. Infatti, mentre all’interno del mio ufficio ero intento a rivisitare il cronoprogramma dei lavori, mi arrivò alle orecchie un suono confuso e concitato, reso ancor meno comprensibile da una parlata a me non familiare che, opportunamente tradotta suonava così: «Aiuto, c’è un cane in cantiere!».

Sorrisi e pensai: «sono grandi e grossi e hanno paura di un cane!».

In effetti sono alquanto numerosi i randagi che purtroppo girovagano sperduti ed impauriti nelle nostre strade, abbandonati da “padroni” col cervello di un ratto. Finiscono poi vittime delle auto, dell’indifferenza e delle angherie di tanti individui che coi ratti condividono non solo il cervello. La gallura in particolare vanta l’infame primato di una moltitudine di abbandoni estivi. Forse complici i turisti che pensano di tacere il richiamo della loro coscienza solo perché nell’abbandonare i fidati ex amici scelgono per loro una natura selvaggia ed accogliente? Un mare meraviglioso e panorami mozzafiato? Mah……

Torniamo a noi. Affacciatomi dalla finestra dell’ufficio non vidi nulla e tornai al mio da fare. Dopo qualche ora venne a trovarmi un fornitore che dopo avermi salutato esclamò: «Inggegnere, ma visto l’ha lei il cane grosso che c’è in cantiere?» Si, proprio così: con la doppia g (così sono ancor più ingegnere), la posposizione del verbo e qualche altro scivolone grammaticale.

Ma, parliamoci chiaramente, giustificai il non brillante eloquio col fatto che il nostro amico era eccitatissimo e mostrava una latente paura per il rappresentante della razza bastarda……

Al che io chiesi dove avesse visto il tanto temuto cane dalla grossa taglia e di che razza fosse. E lui: «è un cane “tipo pecora” che “si gira” guardiano in cantiere».

Beh, che volete, la paura non era ancora cessata quindi tentai di giustificare la sua parlata e cercai di saperne di più su questo cane “tipo pecora” e dissi: «forse non si gira in cantiere ma semmai si aggira, eppoi sarà guardingo, non guardiano». E lui: «no, no, si “gira proprio”, prima “girava in giro” e guardava»……

Va bene – dissi io – stia tranquillo, ora la accompagno al cancello e potrà andarsene senza problemi e senza incontrare la belva”; così facendo lo scortai fuori, compiacendomi con me stesso per essermi in tal modo liberato di costui.

Al che però la mia curiosità aveva ormai superato il livello di guardia e decisi di andare a vedere cosa in realtà stesse accadendo.

Era nel frattempo arrivata la pausa pranzo. Chi non avesse familiarità con la vita di cantiere non immagina che la pausa pranzo è rigorosa ed irrinunciabile per le maestranze; diventa invece un lusso, spesso quasi un vezzo, per i tecnici e che vario titolo “vivono” il cantiere. Per questi ultimi normalmente la pausa pranzo è utilizzata per lavorare in pace, essendo l’unico momento della giornata lavorativa in cui è altamente improbabile che qualcuno venga a chiederti lumi su qualcosa. Ma quel giorno, contravvenendo alla mia regola, decisi di aggirarmi per il cantiere alla ricerca di questa belva dalle vaghe somiglianze con la razza ovina e, a quanto pareva, dall’aspetto assai inquietante.

Non dovetti camminare tanto per individuare in lontananza, seminascosto dietro un cumulo di terra, un muso impaurito di un grosso pastore maremmano, che stava lì, a sbirciare tutto e tutti, con gli occhi languidi e l’aspetto triste. Più avanti venni a sapere che si trattava di un esemplare di circa un anno e dal riguardevole peso di 42 kg. Ma andiamo per ordine.

Birillo 01 

Ormai era certo: un cane aveva preso possesso del cantiere durante le ferie natalizie e tutto questo trambusto di persone che si muovevano, parlavano e facevano baccano, doveva sembrargli un sopruso nei suoi confronti. Dal suo punto di vista qualcuno stava invadendo i suoi spazi, conquistati alcuni giorni prima quando non c’era anima viva ed ora “occupati” da personaggi peraltro neppure tanto rispettosi della sua privacy. Si, credo che il nostro amico a quattro zampe abbia pensato qualcosa di simile. Infatti, appena mi vide all’orizzonte e capì che mi sarei avvicinato a lui, mi venne incontro abbaiando e mostrando gli aguzzi canini. Fu così che io dovetti indietreggiare e battere in ritirata.

Tornai al mio lavoro e per un po’ non pensai più alla vicenda, ritenendo che il nostro amico avrebbe finito per cambiare casa, infastidito dalla nostra presenza.

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Nei giorni successivi furono sempre più numerosi gli episodi relativi a personaggi che, transitando in cantiere, venivano coinvolti con incontri ravvicinati del terzo tipo con la belva, la quale non voleva proprio andar via. Ricordo che alcuni, dovendo attraversare il piazzale da soli, si armavano di bastoni o utensili di vario genere per contrastare eventuali “attacchi” nei loro confronti. Io stesso cominciavo a nutrire un po’ di timore e non sapevo bene come gestire la situazione.

 Birillo 02

Ripenso ancora sorridendo alla volta in cui il cane andò ad “incastrarsi” dietro una staccionata: non riusciva a venirne fuori, ma si mostrava poco disponibile ad un aiuto esterno. La paura per la belva non ci consentì di avvicinarlo ed egli riuscì a liberarsi da solo, ma dopo almeno un’ora di vani tentativi. Ecco, la situazione era questa: era prudente stargli lontano.

Birillo 03

Gli eventi precipitarono quando la simpatica belva allargò il confine della sua presunta proprietà e cominciò col mostrare denti e far vibrare le corde vocali anche nei confronti dei passanti che transitavano nella adiacente e trafficata strada. Ma la cosa più preoccupante era dovuta al fatto che cominciò ad interessarsi agli anziani in bicicletta ed alle signore che transitavano con i loro pargoli in carrozzina.

Non solo, poiché il dolce cagnetto zompava fuori dal cantiere avventandosi contro i passanti, questi ultimi ne deducevano che il cane fosse a guardia del cantiere e ne presumevano la proprietà aziendale, protestando e minacciando in ogni modo. Provate ad immaginare con chi se la prendevano costoro? Esatto!

Inoltre taluni mi raccomandavano di prestare attenzione perché, se il cane avesse causato danni a qualcuno, sarebbe stato difficile giustificare che non fosse nostro o, quantomeno, che non avessi reso nota la vicenda agli enti preposti; ergo sarei potuto rimanere coinvolto in eventuali responsabilità.

Era un bel problema. Decisi quindi di intervenire. Ma come?

In prima battuta cercai qualcuno che amasse i cani, che riuscisse ad avvicinarlo, che conquistasse la sua fiducia e che riuscisse a portarselo a casa! Ehhh….. una bella pretesa! Nulla da fare, la selezione andò deserta per mancanza di candidati. A quel punto, comunicata la difficoltà ai vertici aziendali, al fine di metterci al riparo da eventuali responsabilità, si optò per l’invio di una comunicazione alla polizia municipale per informarla del pericolo e porvi rimedio tramite il servizio veterinario. La scelta non fu presa a cuor leggero anche perché non sapevamo bene quale futuro sarebbe toccato al nostro “giamburrasca dal pelo lungo”.

Passarono i giorni e nel frattempo un fatto nuovo si era delineato: un simpatico carpentiere siciliano che lavorava in cantiere, molto cortese, amante degli animali, riuscì ad avvicinare il cane con la grazia e la determinazione di un esperto, conquistandone la fiducia. Questi, alla presenza del solerte lavoratore, mostrava essere un cagnetto docile e affettuoso, salvo poi riprendere il suo ruolo di belva feroce alla vista di tutti coloro che non erano ancora entrati nelle sue grazie.

A quel punto, apprezzata la capacità del nostro improvvisato addestratore di fiere, cominciai anche io ad avvicinarmi al cagnone e ad instaurare con lui una complice amicizia, contraccambiata dal cane che mostrava di gradire sempre di più la mia presenza. Fu così che il carpentiere mi disse: «Ingegnere, a dire la verità io è da un po’ che gli do da mangiare, però a lei non l’avevo detto perché avevo paura non volesse». Io ci rimasi un po’ male ma feci finta di non aver sentito. Intanto lui incalzò: «Ingegnere, se per lei non ci sono problemi, gli avrei anche dato un nome». «Un nome? Quale?» dissi io. E lui: «Birillo, come il cane di Rocky Balboa».

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Fu a questo punto che la nostra storia mutò con un susseguirsi di simpatici e indimenticabili eventi. Ma andiamo avanti. Da quel momento in poi il mio rapporto con Birillo divenne sempre più stretto, rafforzato anche da nutrite scorpacciate di bocconcini, avanzi e pasti succulenti che il sottoscritto gli metteva quotidianamente a disposizione.

Nel frattempo trovai finalmente casa ad Olbia e abbandonai l’albergo dove soggiornavo per trasferirmi nel nuovo alloggio. Poté così raggiungermi la mia compagna Egle. Ella, a fine giornata lavorativa, quando dal cantiere tutti si dileguavano, mi raggiungeva portando al cane i suoi manicaretti di prelibati gusti canini.

In questa fase della storia fece capolino anche Sara. Una mia amica, sapiente architetto milanese, concentrato di doti e qualità, non ultima l’amore per gli animali. Informata della presenza di Birillo, organizzò uno dei suoi frequenti soggiorni in Sardegna per conoscerlo e, grazie ai suoi insegnamenti, capii che anche un cane dall’aspetto feroce e dai modi non proprio consoni ad un barboncino da salotto, possa diventare un agnellino docile e remissivo. Nei pochi giorni di permanenza ad Olbia, Sara mi insegnò ad interagire col cane, a portarlo al guinzaglio, a farlo salire in auto e non solo: gli fece prestare i primi controlli veterinari (ecco che venni a conoscere il peso e la sua età presunta) e lo portò alla toelettatura per un taglio del lungo pelo, in previsione della primavera ormai alle porte.

Birillo 05 

Birillo ed io diventammo ormai amici inseparabili. Egli non si allontanava da me neanche un istante, piazzandosi davanti all’uscio del mio ufficio, ubicato in prossimità dell’ingresso al cantiere, non consentendo a nessuno di avvicinarsi senza aver ottenuto prima il mio benestare.

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Potrei citare tanti aneddoti simpatici legati alle vicissitudini del nostro cane, ma forse più che un breve racconto dovrei scrivere una collana con più volumi. Non mi esulerò però dal ricordarne alcuni che maggiormente mi hanno messo di buon umore e tutt’ora rammento volentieri.

Significativo è l’episodio di un nostro subappaltatore che nelle sue frequenti visite in cantiere era solito giocherellare col cane, il quale contraccambiava manifestandogli una gioia sincera. Nessuno pensava però che l’atteggiamento di Birillo fosse condizionato dalla presenza del sottoscritto. Un giorno il buon uomo mi raccontò di essere tornato sul luogo di lavoro quando non c’era più nessuno, in quanto aveva dimenticato degli attrezzi. Quando si apprestò ad aprire l’uscio il cane gli balzò addosso ringhiando; egli riuscì per un pelo a sfilare il braccio dalla fessura del cancello prima che dei possenti canini si chiudessero sulla sua mano.

Birillo era entrato nelle grazie di quattro bravissimi ed educatissimi carpentieri metallici di nazionalità rumena. Durante la loro pausa pranzo in trattoria, rinunciavano volentieri ad alcune pietanze per incartarle e portarle al cane. Rientravano in cantiere con i loro manicaretti e uno di loro chiamava il cane pronunciando sempre la stessa frase: «vieni qui Biritillo che abbiamo portato qualcosa per te». Si, proprio “Biritillo”! Ovviamente “Biritillo” faceva onore a tavola, mostrando di gradire il loro quotidiano omaggio.

Mi viene ancora da ridere quando ripenso ad un manovale egiziano che stravedeva per i cani ma manifestava forte timore per Birillo, forse per la sua vistosa mole. Un giorno lo chiamai, alla presenza del cane, con l’intento di tranquillizzarlo e gli feci notare che io mettevo la mia mano nella bocca di Birillo, il quale gradiva scodinzolando e guardandosi bene dallo stringere i denti. Fu così che da quel giorno l’egiziano si rincuorò e cominciò anch’esso ad accarezzare la bestiola.

Veramente gustosa è la vicenda di un individuo che veniva sovente a trovarmi per lavoro, supponente e critico nei confronti del cane. Un giorno, apostrofando il cane con tono di scherno, disse che la bestiola era incapace di comportarsi da cane da guardia, ma stazionava in cantiere con fine opportunistico, per soddisfare la propria gola. Premesso che nessuno gli aveva chiesto il parere e che comunque la cosa fu detta con sprezzo e cattiveria, per mostrargli il suo torto chiamai Birillo e con fare autorevole dissi: «Birillo, attacca!». In realtà neppure io credevo che il cane potesse capire e ubbidire, ma volevo ugualmente creare qualche attimo di ansia al nostro irrispettoso amico. Fu grande la meraviglia nel vedere il pastore maremmano avventarsi in maniera minacciosa contro costui. Riuscii a fermare il cane solamente facendo scudo col mio corpo e con non poca difficoltà, mente il personaggio in questione, paonazzo, si rifugiava velocemente dentro la vicina auto.

Il cane, durante la notte, impediva l’accesso all’interno del cantiere agli addetti alla vigilanza. Costoro lamentavano la presenza minacciosa di Birillo che li costringeva a limitare i controlli all’esterno dell’area, senza neppure poter scendere dall’auto. Preso atto delle loro comprensibili lamentele, ma impossibilitato a trovare soluzione alternativa, diedi disposizione affinché non venisse rinnovato il contratto con l’azienda di vigilanza pensando che, tutto sommato “era più economico acquistare delle belle bistecche al cane che pagare il loro onorario!”. In effetti durante il periodo di permanenza di Birillo in cantiere, nessuno osò tentare un furto.

Birillo 06 

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Intanto il tempo passava ed io non riuscivo ad immaginare quale potesse essere il futuro di Birillo; il cantiere sarebbe terminato e occorreva trovargli una sistemazione definitiva. Io, purtroppo, non potevo portarlo con me, visti gli spazi ristretti della mia abitazione di allora e comunque non adatti ad un cane abituato a percorrere spazi immensi senza alcun vincolo. Inoltre, per motivi di lavoro, sono spesso portato a cambiare casa, quindi ciò rendeva ancora più incerto fare ipotesi future. Di sicuro non era pensabile lasciarlo in cantiere. Inoltre mi affezionavo sempre di più al nostro amico e lui a me, rendendo ogni giorno più difficile la nostra separazione. Questo pensiero mi angosciava e ormai occupava quasi in toto la mia mente.

Mentre io mi ponevo questi problemi ecco che accadde ancora una volta un fatto nuovo: ricordate la comunicazione inviata tempo prima ai vigili urbani? Io l’avevo ormai scordata ma il comune no! Senza preavviso si presentarono in cantiere due cortesi rappresentanti della polizia locale che, constatata la presenza di Birillo, contattarono il servizio accalappiacani per un intervento di cattura e trasporto dell’animale presso il canile! Quindi si accomiatarono riferendo di avere avuto conferma che il tutto sarebbe avvenuto entro qualche giorno. La situazione stava quindi precipitando verso il peggio! Che fare? Occorreva agire subito e trovare una soluzione alternativa. In ultimo pensai che se il doveroso provvedimento amministrativo fosse stato preso prima di trovare una soluzione, sicuramente mi sarei recato presso il canile per chiedere l’adozione dell’animale, salvo pensare poi come organizzarmi una volta terminato il cantiere. Era comunque assurdo che venisse consentito di portare via Birillo, costringendolo ad un forte quanto inutile stress per un allontanamento forzato che non poteva capire.

L’unica persona che poteva aiutarmi in quel momento era Sara, la mia amica che tanto aveva fatto per Birillo e che, se avesse potuto far ancora qualcosa, di sicuro non si sarebbe tirata indietro. Certo, così all’improvviso era abbastanza complicato anche per lei riuscire a trovare una sistemazione per il cane entro qualche giorno al massimo. Infatti, Sara ed io avevamo preso l’impegno di trovare una soluzione prendendoci comunque un po’ di tempo, anche in virtù del fatto che sarebbe stato opportuno riuscire ad educare meglio il cane, prima di una sua possibile adozione. Ora però occorreva agire subito! Se gli addetti al servizio di cattura dell’animale fossero venuti quando Birillo era ancora in cantiere, purtroppo non ci saremmo potuti opporre. Diverso sarebbe stato riuscire ad allontanare il cane prima del loro arrivo: avremmo sempre potuto dire che “la bestia feroce non si era più vista nei paraggi”……

Nello stesso periodo ci fu un altro avvenimento che scombussolò la tranquilla routine di Birillo.

§

Era una tiepida giornata ed io arrivai in cantiere in tarda mattinata, avendo dovuto recarmi negli uffici della stazione appaltante per rituali e frequenti adempimenti amministrativi.

Un capo squadra, vedendomi, mi si avvicinò velocemente e mi chiese se avessi notato che Birillo non mi era venuto incontro come era solito fare quando sentiva il rombo della mia auto.

Io subito pensai volesse darmi la cattiva notizia dell’avvenuta cattura del cane da parte degli incaricati del comune; quasi balbettando risposi: «no, perché che è successo? Dov’è ora?». Al che il mio interlocutore mi disse che il cane se ne stava accucciato sotto il furgoncino aziendale, come gli capitava quando non voleva essere disturbato; disse inoltre di aver notato che la bestiola aveva una piccola ferita su una coscia. La notizia della presenza di Birillo in cantiere mi fece superare la preoccupazione per la ferita e andai a controllare di persona. In effetti il cane era stranamente triste ed infastidito, al mio richiamo si avvicinò, ritengo per non deludermi piuttosto che per la voglia di farmi le feste. E’ così che notai la ferita. Era abbastanza evidente come si fosse procurato la lacerazione, che a ben osservarla non lasciava adito a sospetti: il nostro povero amico doveva essersi seduto su una tavola chiodata. Talvolta, infatti, contravvenendo alle sia pur rigide regole in materia di sicurezza, i carpentieri “scordano” di ripulire il piano di lavoro. Ecco che Birillo, non potendo certo indossare calzature di sicurezza come tutti noi, era incappato in un “infortunio sul lavoro”.

Nei giorni successivi la ferita era sempre più preoccupante, si presentava profonda, sanguinava ed infastidiva vistosamente l’animale, il quale ormai non permetteva più a nessuno di toccarlo su quelle parti del corpo. Io cercavo invano di medicarlo con dell’acqua ossigenata, magari con una “spruzzatina” a tradimento ma lui scappava impaurito. Un pomeriggio un operaio cercò di medicarlo tenendolo fermo ma per un pelo non ci rimise la mano, sulla quale Birillo si avventò con fare minaccioso.

A quel punto, preoccupato, decisi di portarlo dal veterinario. Purtroppo però la sofferenza che gli provocava la ferita al contatto con corpi estranei, portò il cane a rifiutarsi categoricamente di salire nella mia auto, costringendomi ad una lunghissima passeggiata al guinzaglio per raggiungere l’ambulatorio. Con noi venne anche Egle. Fu divertente portarlo in giro per la città. Birillo era felicissimo di questo inaspettato giretto pomeridiano perché non capiva quale sarebbe stata la meta. Negli stretti marciapiedi più di una volta dovemmo cedere il passo agli altri pedoni, spostando il cane di lato o, in un caso, mettendogli la museruola, per consentire ai tanto intimoriti passanti di poter transitare senza protestare. Comunque sia il nostro amico a quattro zampe fu molto docile, in nessun caso mostrò segni di nervosismo e, anzi, apparve divertito e rilassato, rincuorandoci per la nostra preoccupazione dovuta al suo stato di salute.

Dopo la lunga camminata arrivammo all’ambulatorio. Fu alto l’umore di Birillo nell’attendere il suo turno, mentre faceva amicizia con gli altri pazienti a quattro zampe. Altrettanto forte fu la sua delusione quando arrivò il suo momento e capì che non si trattava di bel gioco, ma qualcuno cercava di mettere le mani nella sua dolorante ferita!

Svegliatosi dal torpore del sedante che il veterinario si vide costretto a somministragli per ovviare al suo fare poco disponibile, Birillo si accorse di avere attorno alla testa un antipaticissimo collare elisabettiano che aveva il compito di impedirgli di leccarsi la ferita. Immagino conosciate il collare in questione; ecco, immaginatene ora uno di dimensioni extra, che poteva andar bene per un terranova di novanta kg! Il veterinario mi disse che si trattava dell’unico collare che non fosse troppo piccolo per Birillo fra quelli disponibili, loro non potevano avere una scorta con tutte le taglie! Ma vi rendete conto?

La disperazione del cane per la sua nuova situazione era immaginabile. Era spaventatissimo, continuava ad agitarsi e a rendere tutto difficile. Mi resi conto che in tali condizioni non potevo riportarlo in cantiere dal quale avrebbe potuto allontanarsi ed incappare in chissà quali pericoli. Quindi spiegai tutto ciò al giovane medico sperando mi potesse dare un consiglio su come agire, il quale mi rispose con tono stizzito: «Un cantiere? Ma siamo matti? Lei il cane lo deve portare a casa sua!». Allora cercai di spiegargli con poche parole la situazione complessiva e gli chiesi se sapeva indicarmi una pensione per cani dove potessi lasciare Birillo almeno per la prima notte; l’indomani mi sarei organizzato meglio. Lui incalzò: «Se lei non è in grado di tenere un cane non lo tenga, altrimenti non serve a nulla!». “A nulla cosa?”, pensai io, così facendo mi trattenni dal mandare a quel paese il nostro scorbutico sbarbatello dal camice verde e, dopo avergli saldato il salato conto, uscii per strada con Birillo al guinzaglio. Nel frattempo la sera stava calando e fra un po’ sarebbe stato buio. Per fortuna una gentilissima ragazza che stava lì ed aveva assistito alla sfuriata del dottorino mi informò del fatto che dall’altra parte della città vi era un centro attrezzato, che lei ben conosceva, in cui venivano ospitati gli animali; lei stessa chiamò e col mio accordo prenotò la degenza a Birillo.

Ciò che ne seguì fu veramente concitato: Egle mi aspettò col cane mentre io andai in cantiere a piedi per recuperare la mia auto, per poi tornare a riprendere i due. Non vi racconterò il tormento nel far salire Birillo in auto e ciò che combinò durante quel breve viaggio: credo di aver rischiato il ritiro della patente, il sequestro dell’auto e non so cos’altro. Ma non voglio tediarvi troppo con i dettagli di questa situazione, vi dirò solamente che il cane, una volta richiuso dentro il recinto della dignitosissima struttura, nel vederci allontanare senza di lui, si mise piangere.

La sera, tornati a casa, cominciammo a valutare come agire ed avvisammo Sara, la quale, ci comunicò di aver nel frattempo trovato chi poteva adottare il cane, consentendogli una nuova casa e tanto affetto. Quindi, in parte rincuorati, cominciammo a fare progetti futuri. La situazione era allettante per Birillo: il suo futuro nuovo padrone era un amico di Sara, amante dei cani, con una casa dotata di immenso giardino, nelle campagne di Pavia. Era l’ideale! Sembrava incredibile, ma avevamo trovato la giusta collocazione per Birillo. Restava solo un problema: il suo trasporto in Lombardia.

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L’indomani avevo programmato di andare a trovare Birillo, per rincuorarlo e per verificare che stesse meglio. Mi sarei recato alla pensione canina durante la pausa pranzo, approfittandone per portargli delle gustose ossa di bovino, che lui apprezzava in maniera particolare.

Arrivato presso la struttura di accoglienza, mi venne incontro una delle ragazze che si occupavano della cura degli animali e mi informò, dispiaciuta, del fatto lei non era potuta entrare nel recinto per le eseguire le pulizie di rito, causa il fare minaccioso del cane. Anche il veterinario della struttura, che aveva il compito di medicargli la ferita, vi rinunciò per timore di essere aggredito. Per lo stesso motivo avevano dovuto passargli il cibo attraverso le grate, il tutto inutilmente in quanto Birillo non aveva mangiato.

Appena mi avvicinai al recinto, alla mia vista, Birillo cominciò a fare dei salti cercando di scavalcare il cancelletto d’ingresso. Entrai all’interno e fu tutta una festa. Capii anche perché il cane, sia pure affamatissimo, non toccava cibo: il collare extra large che gli circondava completamente la testa sporgeva in avanti oltre il muso. In tal modo, quando si avvicinava alla ciotola, il collare poggiava al suolo impedendogli di “arrivare” con la bocca al cibo. Pensate voi che tortura: essere affamati, avere del cibo a pochi centimetri dal muso e non riuscire a mangiare! Fu così che per alcuni giorni io mi recai due volte al dì presso la struttura e, con tanta pazienza, gli tenevo sollevata la ciotola con le mani, accostandola all’interno del collare; in tal modo Birillo ricominciò a nutrirsi. Dopo mangiato lo portavo a fare un giretto al guinzaglio, così l’addetta provvedeva alle pulizie senza timore. Al rientro nel recinto gli mettevo la museruola affinché potesse accedere il veterinario che gli medicava la ferita. Alla fine di queste operazioni, levata la museruola e richiuso il cancello alle mie spalle, il mio affezionato amico ricominciava a piangere come la prima volta.

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Arrivò presto anche l’week end in cui Birillo ci avrebbe salutati per sempre: Sara arrivò ad Olbia di sabato con in tasca un biglietto di ritorno “per due” sulla nave per Genova. Se da un lato mi rallegrava il fatto che tutti ci stavamo adoperando per il suo bene, organizzando al meglio la sua vita futura, d’altra parte mi rattristava la consapevolezza che mi sarei separato per sempre da lui. Di più: avevo il timore che il cane, non potendo capire il nostro gran fare, vivesse il suo allontanamento da me come un abbandono; infatti Birillo ormai mi riconosceva come il suo unico padrone!

Nel fine settimana che precedette la sua partenza, Birillo fece gli ultimi controlli veterinari e venne finalmente liberato dal fastidioso collare. Sara, Egle ed io approfittammo delle sue buone condizioni per portarlo un po’ in giro per la città e perfino in spiaggia, ancora semideserta, che lui osservava stupito. La domenica sera lo portammo con noi perfino al ristorante e lui stette buonissimo, accovacciato accanto al tavolo, a dormicchiare mentre noi mangiavamo. Insomma, Birillo era diventato un cane perfettamente educato e socievole.

Il giorno della sua partenza lo accompagnammo al porto. Birillo sembrava divertito da questo ulteriore giretto. Giunti davanti al controllo antistante l’accesso alla motonave, dovemmo salutare per l’ultima volta il nostro amico. Gli bisbigliai alcune cose all’orecchio che il cane pareva quasi comprendere. Superata la barriera dei controlli, con l’antipatica museruola sul muso ed al guinzaglio, si girava ripetutamente a guardare noi due che restavamo lì; sembrava stupito per il fatto che non facessimo più parte dell’allegra compagnia. Questo è l’ultimo ricordo di Birillo che conservo.

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Da allora mi arrivano spesso sue notizie e ogni tanto ricevo via mail foto recenti che mi rammentano questa bella storia. Nel soggiorno della nostra casa abbiamo appeso una sua foto del periodo olbiese, dalla quale sembra osservarci.

Birillo a Pavia 

Nel frattempo i lavori in cantiere sono proseguiti e la costruzione dell’opera è stata conclusa. Vana è stata l’attesa che il tanto temuto accalappiacani arrivasse.

Ancora oggi mi viene da sorridere, non senza un velo di malinconia, quanto mi torna in mente il ritornello con il quale cominciò questa storia: Aiuto, c’è un cane in cantiere!

Categorie:Racconti

Una visita al Vajont

3 Novembre 2010 5 commenti

Diga del Vajont 01

Erano anni che sentivo parlare della tragedia del Vajont ed avevo sviluppato una forte curiosità, che giustificavo come dettata dall’interesse professionale, ma oltre questo era sopratutto un mix di curiosità, stupore e fascino (si, direi quasi fascino). Interesse per una sciagura prodotta da errori macroscopici dell’uomo-tecnico che sfociavano in una sola quanto forse inutile domanda: quanto ciò fosse dipeso dall’errore e in che misura sarebbe stato possibile evitarlo?

Credo che ragionevolmente una risposta esatta non ci sia, c’è però un monito, un insegnamento che deriva dalla visione di quei luoghi che, anche a tanti anni di distanza, raccontano una storia, una tragedia annunciata ma sottovalutata, per incuria, per ignoranza, per presunzione (come quasi sempre). Ma forse anche la paura di ammettere tardivamente di aver sbagliato ed accettare di andare incontro alle proprie responsabilità, è più forte della consapevolezza del rischio al quale si va incontro e ci si affida quindi inconsciamente ed incoscientemente non più agli insegnamenti della scienza ma piuttosto alla “speranza” che non accada.

Tralascerò i dubbi e gli interrogativi e proverò a raccontarvi il mio breve viaggio in quei luoghi mai dimenticati e le emozioni che mi ha creato.

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Era il sabato di un tiepido novembre del 2005, all’epoca il mio lavoro mi aveva portato a vivere per qualche anno a Domodossola, insieme alla mia compagna Egle, la quale, come sempre, mi seguì entusiasta nella mia escursione al Vajont. Programmammo velocemente il nostro itinerario e, dopo aver prenotato un alberghetto a Longarone ci incamminammo verso la meta, per circa 470 km, la maggior parte in autostrada. Il viaggio fu abbastanza lungo per una non stop pomeridiana come la nostra, ma ne valeva la pena.

Arrivammo a Longarone credo verso le diciannove, era comunque ormai buio e naturalmente rimandammo la visita alla diga all’indomani mattina. Dopo aver sistemato i nostri pochi bagagli in albergo, uscimmo per cercare un posto dove poter mangiare qualcosa ed incappammo in una trattoria molto “alla buona” dove la gioventù del luogo pare si fosse data appuntamento per festeggiare il sabato sera. Mangiammo non proprio benissimo ma la simpatia degli avventori e l’atmosfera familiare del luogo ci misero di buon umore.

Mentre ci incamminavamo verso l’alberghetto (continuo a chiamarlo affettuosamente così perché fuori dagli schemi classici, ma comunque dignitoso) sulla nostra destra apparve qualcosa che mi fece da subito esclamare con una colorita espressione di meraviglia, prontamente contestata dalla mia dolce metà perché, a suo dire, non ci si deve mai concedere nessun genere di turpiloquio, neppure per esternare favorevole stupore…

Ma veniamo a noi. Cosa aveva colto la mia attenzione transitando sulla strada principale del paese, nel buio della tardissima sera, illuminata dai fari dell’auto e dalla fioca illuminazione pubblica?

Diga del Vajont 02

Sulla mia destra si erigeva superba un’imponente montagna quasi invisibile col buio della notte ma individuabile da una serie di piccole lontane luci che si dipanavano verso l’alto fino a raggiungere la sommità di un qualcosa dalla forma indefinita. Ma ecco che a guardare meglio si riconosceva un immenso triangolo isoscele, con il lato disuguale orizzontale sulla parte alta della montagna; sulla sua sommità le stelle di un cielo vagamente autunnale.

Impossibile per me descrivere la sensazione provata in quel momento; avevo appena visto la diga dal basso, da Longarone, esattamente da quella zona della valle maggiormente colpita dalla furia dirompente dell’onda che tracimava. In quel momento provavo ad immaginare ciò che avevano vissuto coloro che in quel lontano 9 ottobre del 1963 si erano trovati a passare in quel punto, in cui io stazionavo, negli attimi prima che l’onda si abbattesse sull’abitato e su di loro, con effetti devastanti.

Restammo lì a riflettere non so per quanti minuti, in silenzio. Infine decidemmo di proseguire verso l’albergo dove ci attendeva una breve notte di attesa.

§

La mattina presto, consumata velocemente la colazione, lasciammo l’alberghetto per dirigerci verso la meta e arrivammo alle pendici della montagna.

Lo scorcio della diga che la sera precedente avevamo ammirato nelle sue forme sbiadite e forti allo stesso tempo, alla luce del mattino si presentava ancora più imponente e maestosa dominando il paese dall’alto.

Una grande opera dell’uomo che avrebbe dovuto formare un lago con una capacità di massimo invaso di quasi 169 milioni di mc, di cui 150 milioni di capacità utile (dopo la variante del 1957). Opera che aveva resistito alle notevoli sollecitazioni derivanti dall’enorme massa di terra e fango che colmò l’invaso in quegli attimi che precedettero la distruzione dei luoghi sottostanti e circostanti: si staccarono dalla parete complessivamente 270 milioni di mc di roccia, che scivolarono nel bacino artificiale sottostante nel quale vi erano 115 milioni di mc di acqua al momento del disastro, che inevitabilmente tracimarono creando distruzione.

Ecco, la diga, osservata da questo punto di vista sembrava una fiera che se ne stava tranquillamente seduta a riposarsi dopo aver divorato la sua preda! Perdonerete il mio paragone un po’ forte e apparentemente irrispettoso, ma quella era la sensazione che io provavo in quei momenti.

Cominciammo dunque il nostro percorso in salita, seguendo quella stradina curvilinea ed in parte scavata sulla parete rocciosa che conduceva in cima alla montagna. Ai lati della strada le luci delimitanti il bordo carreggiata ci ricordarono il percorso luminoso intravisto la sera prima. Alla fine della strada, in cima al percorso in salita, si arriva ad un terrapieno dove il sacro ed il profano sembrano condividere gli spazi: una chiesetta stile moderno ricorda le vittime della tragedia; alcuni venditori ambulanti propongono libri, stampe, dvd e quant’altro riguardi la storia del disastro del Vajont. Questa visione dal tono commerciale distrae per qualche istante facendo perdere il punto di vista principale: la diga vista dal lato dell’invaso, quasi completamente colmato dalla frana, perde la sua maestosità. La sommità di una parte della frana, divenuta terreno stabile, è percorribile per un breve tratto anche con l’auto, lungo una stradina bianca, che interferisce in maniera opinabile sulla visione complessiva dei luoghi.

Diga del Vajont 03

In cima al coronamento della diga, un camminamento consente di osservare nel contempo sia la valle sottostante che le sovrastanti linee di frattura nelle pareti del monte Toc, evidenziando forma e proporzioni della frana.

Forse chi legge queste righe non percepirà le mie sensazioni, condizionate anche dal mio punto di osservazione privilegiato: l’interno dell’invaso, teatro di accumulo della frana staccatasi dalla montagna, quasi completamente colmato dalla terra. Terra che in qualche modo incarna il ruolo di costola della montagna segnata per sempre da quella inquietante frattura!

Diga del Vajont 04

Noterete, fra le fotografie da me scattate in tale occasione e qui allegate, anche la parete del monte Toc, alterata dalla frana. Vi assicuro però che nulla è rispetto alla visione reale dei luoghi, che invito tutti a visitare almeno una volta nella vita, sopratutto chi quotidianamente opera a vario titolo nel campo delle costruzioni.

 Diga del Vajont 05

Diga del Vajont 06

Al termine della visita a quei luoghi avremmo voluto percorrere la strada che costeggia l’invaso per poi visitare anche gli altri comuni interessati dal disastro. Purtroppo quella mattina vi era una nebbia molto fitta, dovuta sicuramente anche alla presenza dell’invaso residuo (lago del Vajont), formatosi a monte della frana a qualche km dalla diga, che ha di fatto modificato il microclima locale. Per tale motivo ci fu impossibile percorrere tutta la strada che costeggia l’invaso; né fu possibile visitare il comune di Erto Casso, anch’esso colpito dalla furia dirompente dell’onda, sia pure in misura minore rispetto a Longarone, data la sua differente posizione altimetrica.

Diga del Vajont 07 

Diga del Vajont 08

Terminato quel breve ma intenso tour nel luogo del disastro ci avviammo quindi verso la via del rientro, ripromettendoci di tornare in quei luoghi per rivisitarli, magari nel periodo primaverile o estivo.

Rientrati a Longarone ci recammo al cimitero dei caduti nel disastro, all’interno del quale  vi sono dei pannelli esplicativi che illustrano la tragica vicenda con foto d’epoca e testimonianze. La veloce visita al luogo di culto e commemorazione dell’accaduto fu l’ultimo tassello di quel breve viaggio di metà autunno.

Poi ci aspettavano altri 470 km prima del rientro a casa.

§

In questo breve racconto non mi soffermo sulla descrizione tecnica della diga, assolutamente intatta e perfettamente conservata, di altissimo interesse tecnico. Né racconterò gli eventi che portarono al disastro, peraltro ampiamente documentati nella vastissima letteratura sul tema. Dopo aver approfondito la conoscenza degli eventi e dopo la visione dei luoghi, desidero però evidenziare una riflessione. La tragedia del Vajont è stata uno dei maggiori disastri del secolo scorso avvenuti in territorio italiano; di sicuro il più grave fra quelli provocati dall’intervento dell’uomo sulla natura, con le sue quasi duemila vittime e diversi comuni distrutti.

A pagare realmente furono in pochissimi e comunque con pene inique se paragonate alla portata ed alla gravità della tragedia.

Il progettista dell’opera (Ing. Carlo Semenza) ed il geologo che si occupò degli studi alla base dell’ipotesi progettuale e che continuò la sua collaborazione anche in corso d’opera (Prof. Giorgio Dal Piaz) morirono entrambi prima del disastro, ma non prima di rendersi conto del possibile pericolo che incombeva.

A dire il vero il progettista, dotato di enorme esperienza nel campo degli sbarramenti, aveva responsabilità limitate, infatti calcolò in maniera impeccabile anche lo sbarramento del Vajont, che non subì nessun danno. Diverse invece sono le responsabilità sulla scelta del sito, assolutamente non adatto dal punto di vista geologico e nel perseverare sul completamento dell’opera nonostante i sintomi di un pericolo imminente.

Vorrei però evidenziare il ruolo di un personaggio, appartenente al team di coloro che realizzarono l’opera, che morì suicida il giorno prima dell’inizio del processo che lo vedeva coinvolto in concorso con altri imputati. E’ significativo notare che tale personaggio, Ing. Mario Pancini, era di fatto un tecnico coinvolto nella mera costruzione dell’opera (nella letteratura sull’argomento vi sono alcune attribuzioni contrastanti sul ruolo esatto ma pare verosimile si trattasse del direttore tecnico del cantiere) ma del tutto scevro da potere decisionale in merito ai provvedimenti da adottare una volta appurato l’incombente potenziale pericolo. La sua figura è dai più riconosciuta come “esterna” alle vere responsabilità dell’accaduto ma, come spesso accade, nell’animo delle persone oneste prevale il senso di responsabilità e di colpa morale anche quando in realtà non si è potuto far nulla per evitare una tragedia. Forse l’Ing. Pancini ha pagato il suo essere persona mite e rispettosa (almeno così ci viene descritto), ma credo che sia l’unico ad aver “scontato” una pena eccessivamente severa (la morte).

Pena differente per l’Ing. Semenza, deceduto prima del disastro. Quest’ultimo ha pagato passando alla storia come il progettista del Vajont, finendo nei libri di storia non come un brillante ed esperto progettista di dighe, quale egli era, come tale conosciuto in tutto il mondo, ma per vedere associato il suo nome al disastro del Vajont, pur non essendo il maggior responsabile.

§

Per chi volesse approfondire la conoscenza di quegli eventi, oltre alla numerosissima bibliografia sull’argomento, consiglio di visitare i seguenti siti:

http://vajont.net/  (sito ufficiale a cura del comune di Longarone)

http://www.erto.it/  (sito dedicato al comune di Erto e Casso)

http://www.tinamerlin.it/  (associazione culturale Tina Merlin)

http://www.progettodighe.it/main/le-dighe/article/vajont

 

Inoltre vale la pena di vedere il bellissimo film “Vajont” di Renzo Martinelli che racconta la storia della tragedia, romanzandola con alcuni dettagli umani che non intaccano la veridicità dei fatti ma ne rendono stimolante la visione. Lo si trova in versione DVD in tutte le distribuzioni.

Consiglio ancora l’opera teatrale di Marco Paolini e Gabriele Vacis “Vajont 9 ottobre 1963, orazione civile”, una stupenda ricostruzione dei fatti dove Paolini in oltre due ore e mezza di affascinante spettacolo ricostruisce i dettagli della tragedia: da non perdere!

 

Infine, per chi volesse “sorvolare” il Vajont utilizzando google maps, vi allego il seguente  link

Categorie:Racconti
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