Archivio

Archivio per la categoria ‘Racconti’

Aiuto, c’è un cane in cantiere!

17 Dicembre 2010 27 commenti

Birillo 04

Questa è la storia di un’amicizia fra uomini e cani.

La voglio raccontare in maniera leggera ed allegra, ma con la speranza che non perda la sua preziosità e che restino intatti i sentimenti che hanno scaldato il cuore di tanti.

§

Alla fine del duemilasette, cominciai ad occuparmi della gestione di un cantiere per la costruzione di un importante edificio pubblico, in territorio di Olbia. In quel periodo facevo la spola settimanalmente fra Cagliari e il nord-est dell’isola, dedicandomi anima e corpo a quella commessa che aveva bisogno di una sostanziale iniezione di impegno quotidiano e di una assidua direzione tecnica. Solamente alcuni mesi dopo sarei riuscito ad effettuare un trasloco e a soggiornare per quasi tre anni nella cittadina gallurese, meta ambita dai turisti e crocevia di individui di ogni genere.

L’azienda incaricata della realizzazione dell’opera mi aveva “spedito” in quei luoghi per risollevare le sorti di un cantiere nato qualche tempo prima, arenatosi fra mille difficoltà affrontate in maniera discutibile, che stava provocando un salasso dei capitali aziendali e accumulando ritardi cronici. Mi aspettava quindi un bel da fare!

Figuriamoci, io che ero appena tornato nell’isola dopo una lunga permanenza di lavoro “oltre tirreno”, speravo di poter soggiornare quantomeno qualche tempo nella mia Cagliari, invece avevo dovuto affrontare l’ennesima nuova destinazione.

Va bene, mi dicevo, d’altronde è il mio lavoro e oltretutto anche spostarsi così spesso detiene i suoi aspetti positivi! Ma stavolta, non capivo ancora bene perché, lo facevo quasi controvoglia. Si, proprio controvoglia, questa nuova esperienza non mi piaceva affatto!

Non so se esista qualcosa che ci faccia intuire il bene ed il male che stanno per arrivare nella nostra vita, ma io quella volta non riuscivo a presagire nulla di buono. In effetti, quasi tre anni dopo, consegnata l’opera alla committenza e lasciata Olbia, l’unico ricordo piacevole che conservo dell’esperienza gallurese è quanto mi appresto a raccontarvi, insieme alle mie immersioni subacquee e le mie escursioni in gommone nel meraviglioso arcipelago di Tavolara. Ma questa è un’altra storia.

§

Arrivò in fretta il duemilaotto e ci ritrovammo in cantiere, dopo la breve pausa per le festività, per ricominciare di gran lena. Eravamo ancora in pochi perché la maggior parte del personale, proveniente da diversi Paesi europei e nord-africani, aveva prolungato il periodo di riposo di fine anno. Il nostro era un cantiere veramente multietnico! La rappresentanza italiana era costituita da un “plotone” di simpatici siciliani e da un’unica presenza olbiese.

Fu così che le prime avvisaglie di un imminente cambiamento furono proclamate in dialetto siciliano. Infatti, mentre all’interno del mio ufficio ero intento a rivisitare il cronoprogramma dei lavori, mi arrivò alle orecchie un suono confuso e concitato, reso ancor meno comprensibile da una parlata a me non familiare che, opportunamente tradotta suonava così: «Aiuto, c’è un cane in cantiere!».

Sorrisi e pensai: «sono grandi e grossi e hanno paura di un cane!».

In effetti sono alquanto numerosi i randagi che purtroppo girovagano sperduti ed impauriti nelle nostre strade, abbandonati da “padroni” col cervello di un ratto. Finiscono poi vittime delle auto, dell’indifferenza e delle angherie di tanti individui che coi ratti condividono non solo il cervello. La gallura in particolare vanta l’infame primato di una moltitudine di abbandoni estivi. Forse complici i turisti che pensano di tacere il richiamo della loro coscienza solo perché nell’abbandonare i fidati ex amici scelgono per loro una natura selvaggia ed accogliente? Un mare meraviglioso e panorami mozzafiato? Mah……

Torniamo a noi. Affacciatomi dalla finestra dell’ufficio non vidi nulla e tornai al mio da fare. Dopo qualche ora venne a trovarmi un fornitore che dopo avermi salutato esclamò: «Inggegnere, ma visto l’ha lei il cane grosso che c’è in cantiere?» Si, proprio così: con la doppia g (così sono ancor più ingegnere), la posposizione del verbo e qualche altro scivolone grammaticale.

Ma, parliamoci chiaramente, giustificai il non brillante eloquio col fatto che il nostro amico era eccitatissimo e mostrava una latente paura per il rappresentante della razza bastarda……

Al che io chiesi dove avesse visto il tanto temuto cane dalla grossa taglia e di che razza fosse. E lui: «è un cane “tipo pecora” che “si gira” guardiano in cantiere».

Beh, che volete, la paura non era ancora cessata quindi tentai di giustificare la sua parlata e cercai di saperne di più su questo cane “tipo pecora” e dissi: «forse non si gira in cantiere ma semmai si aggira, eppoi sarà guardingo, non guardiano». E lui: «no, no, si “gira proprio”, prima “girava in giro” e guardava»……

Va bene – dissi io – stia tranquillo, ora la accompagno al cancello e potrà andarsene senza problemi e senza incontrare la belva”; così facendo lo scortai fuori, compiacendomi con me stesso per essermi in tal modo liberato di costui.

Al che però la mia curiosità aveva ormai superato il livello di guardia e decisi di andare a vedere cosa in realtà stesse accadendo.

Era nel frattempo arrivata la pausa pranzo. Chi non avesse familiarità con la vita di cantiere non immagina che la pausa pranzo è rigorosa ed irrinunciabile per le maestranze; diventa invece un lusso, spesso quasi un vezzo, per i tecnici e che vario titolo “vivono” il cantiere. Per questi ultimi normalmente la pausa pranzo è utilizzata per lavorare in pace, essendo l’unico momento della giornata lavorativa in cui è altamente improbabile che qualcuno venga a chiederti lumi su qualcosa. Ma quel giorno, contravvenendo alla mia regola, decisi di aggirarmi per il cantiere alla ricerca di questa belva dalle vaghe somiglianze con la razza ovina e, a quanto pareva, dall’aspetto assai inquietante.

Non dovetti camminare tanto per individuare in lontananza, seminascosto dietro un cumulo di terra, un muso impaurito di un grosso pastore maremmano, che stava lì, a sbirciare tutto e tutti, con gli occhi languidi e l’aspetto triste. Più avanti venni a sapere che si trattava di un esemplare di circa un anno e dal riguardevole peso di 42 kg. Ma andiamo per ordine.

Birillo 01 

Ormai era certo: un cane aveva preso possesso del cantiere durante le ferie natalizie e tutto questo trambusto di persone che si muovevano, parlavano e facevano baccano, doveva sembrargli un sopruso nei suoi confronti. Dal suo punto di vista qualcuno stava invadendo i suoi spazi, conquistati alcuni giorni prima quando non c’era anima viva ed ora “occupati” da personaggi peraltro neppure tanto rispettosi della sua privacy. Si, credo che il nostro amico a quattro zampe abbia pensato qualcosa di simile. Infatti, appena mi vide all’orizzonte e capì che mi sarei avvicinato a lui, mi venne incontro abbaiando e mostrando gli aguzzi canini. Fu così che io dovetti indietreggiare e battere in ritirata.

Tornai al mio lavoro e per un po’ non pensai più alla vicenda, ritenendo che il nostro amico avrebbe finito per cambiare casa, infastidito dalla nostra presenza.

 §

Nei giorni successivi furono sempre più numerosi gli episodi relativi a personaggi che, transitando in cantiere, venivano coinvolti con incontri ravvicinati del terzo tipo con la belva, la quale non voleva proprio andar via. Ricordo che alcuni, dovendo attraversare il piazzale da soli, si armavano di bastoni o utensili di vario genere per contrastare eventuali “attacchi” nei loro confronti. Io stesso cominciavo a nutrire un po’ di timore e non sapevo bene come gestire la situazione.

 Birillo 02

Ripenso ancora sorridendo alla volta in cui il cane andò ad “incastrarsi” dietro una staccionata: non riusciva a venirne fuori, ma si mostrava poco disponibile ad un aiuto esterno. La paura per la belva non ci consentì di avvicinarlo ed egli riuscì a liberarsi da solo, ma dopo almeno un’ora di vani tentativi. Ecco, la situazione era questa: era prudente stargli lontano.

Birillo 03

Gli eventi precipitarono quando la simpatica belva allargò il confine della sua presunta proprietà e cominciò col mostrare denti e far vibrare le corde vocali anche nei confronti dei passanti che transitavano nella adiacente e trafficata strada. Ma la cosa più preoccupante era dovuta al fatto che cominciò ad interessarsi agli anziani in bicicletta ed alle signore che transitavano con i loro pargoli in carrozzina.

Non solo, poiché il dolce cagnetto zompava fuori dal cantiere avventandosi contro i passanti, questi ultimi ne deducevano che il cane fosse a guardia del cantiere e ne presumevano la proprietà aziendale, protestando e minacciando in ogni modo. Provate ad immaginare con chi se la prendevano costoro? Esatto!

Inoltre taluni mi raccomandavano di prestare attenzione perché, se il cane avesse causato danni a qualcuno, sarebbe stato difficile giustificare che non fosse nostro o, quantomeno, che non avessi reso nota la vicenda agli enti preposti; ergo sarei potuto rimanere coinvolto in eventuali responsabilità.

Era un bel problema. Decisi quindi di intervenire. Ma come?

In prima battuta cercai qualcuno che amasse i cani, che riuscisse ad avvicinarlo, che conquistasse la sua fiducia e che riuscisse a portarselo a casa! Ehhh….. una bella pretesa! Nulla da fare, la selezione andò deserta per mancanza di candidati. A quel punto, comunicata la difficoltà ai vertici aziendali, al fine di metterci al riparo da eventuali responsabilità, si optò per l’invio di una comunicazione alla polizia municipale per informarla del pericolo e porvi rimedio tramite il servizio veterinario. La scelta non fu presa a cuor leggero anche perché non sapevamo bene quale futuro sarebbe toccato al nostro “giamburrasca dal pelo lungo”.

Passarono i giorni e nel frattempo un fatto nuovo si era delineato: un simpatico carpentiere siciliano che lavorava in cantiere, molto cortese, amante degli animali, riuscì ad avvicinare il cane con la grazia e la determinazione di un esperto, conquistandone la fiducia. Questi, alla presenza del solerte lavoratore, mostrava essere un cagnetto docile e affettuoso, salvo poi riprendere il suo ruolo di belva feroce alla vista di tutti coloro che non erano ancora entrati nelle sue grazie.

A quel punto, apprezzata la capacità del nostro improvvisato addestratore di fiere, cominciai anche io ad avvicinarmi al cagnone e ad instaurare con lui una complice amicizia, contraccambiata dal cane che mostrava di gradire sempre di più la mia presenza. Fu così che il carpentiere mi disse: «Ingegnere, a dire la verità io è da un po’ che gli do da mangiare, però a lei non l’avevo detto perché avevo paura non volesse». Io ci rimasi un po’ male ma feci finta di non aver sentito. Intanto lui incalzò: «Ingegnere, se per lei non ci sono problemi, gli avrei anche dato un nome». «Un nome? Quale?» dissi io. E lui: «Birillo, come il cane di Rocky Balboa».

§

Fu a questo punto che la nostra storia mutò con un susseguirsi di simpatici e indimenticabili eventi. Ma andiamo avanti. Da quel momento in poi il mio rapporto con Birillo divenne sempre più stretto, rafforzato anche da nutrite scorpacciate di bocconcini, avanzi e pasti succulenti che il sottoscritto gli metteva quotidianamente a disposizione.

Nel frattempo trovai finalmente casa ad Olbia e abbandonai l’albergo dove soggiornavo per trasferirmi nel nuovo alloggio. Poté così raggiungermi la mia compagna Egle. Ella, a fine giornata lavorativa, quando dal cantiere tutti si dileguavano, mi raggiungeva portando al cane i suoi manicaretti di prelibati gusti canini.

In questa fase della storia fece capolino anche Sara. Una mia amica, sapiente architetto milanese, concentrato di doti e qualità, non ultima l’amore per gli animali. Informata della presenza di Birillo, organizzò uno dei suoi frequenti soggiorni in Sardegna per conoscerlo e, grazie ai suoi insegnamenti, capii che anche un cane dall’aspetto feroce e dai modi non proprio consoni ad un barboncino da salotto, possa diventare un agnellino docile e remissivo. Nei pochi giorni di permanenza ad Olbia, Sara mi insegnò ad interagire col cane, a portarlo al guinzaglio, a farlo salire in auto e non solo: gli fece prestare i primi controlli veterinari (ecco che venni a conoscere il peso e la sua età presunta) e lo portò alla toelettatura per un taglio del lungo pelo, in previsione della primavera ormai alle porte.

Birillo 05 

Birillo ed io diventammo ormai amici inseparabili. Egli non si allontanava da me neanche un istante, piazzandosi davanti all’uscio del mio ufficio, ubicato in prossimità dell’ingresso al cantiere, non consentendo a nessuno di avvicinarsi senza aver ottenuto prima il mio benestare.

§

Potrei citare tanti aneddoti simpatici legati alle vicissitudini del nostro cane, ma forse più che un breve racconto dovrei scrivere una collana con più volumi. Non mi esulerò però dal ricordarne alcuni che maggiormente mi hanno messo di buon umore e tutt’ora rammento volentieri.

Significativo è l’episodio di un nostro subappaltatore che nelle sue frequenti visite in cantiere era solito giocherellare col cane, il quale contraccambiava manifestandogli una gioia sincera. Nessuno pensava però che l’atteggiamento di Birillo fosse condizionato dalla presenza del sottoscritto. Un giorno il buon uomo mi raccontò di essere tornato sul luogo di lavoro quando non c’era più nessuno, in quanto aveva dimenticato degli attrezzi. Quando si apprestò ad aprire l’uscio il cane gli balzò addosso ringhiando; egli riuscì per un pelo a sfilare il braccio dalla fessura del cancello prima che dei possenti canini si chiudessero sulla sua mano.

Birillo era entrato nelle grazie di quattro bravissimi ed educatissimi carpentieri metallici di nazionalità rumena. Durante la loro pausa pranzo in trattoria, rinunciavano volentieri ad alcune pietanze per incartarle e portarle al cane. Rientravano in cantiere con i loro manicaretti e uno di loro chiamava il cane pronunciando sempre la stessa frase: «vieni qui Biritillo che abbiamo portato qualcosa per te». Si, proprio “Biritillo”! Ovviamente “Biritillo” faceva onore a tavola, mostrando di gradire il loro quotidiano omaggio.

Mi viene ancora da ridere quando ripenso ad un manovale egiziano che stravedeva per i cani ma manifestava forte timore per Birillo, forse per la sua vistosa mole. Un giorno lo chiamai, alla presenza del cane, con l’intento di tranquillizzarlo e gli feci notare che io mettevo la mia mano nella bocca di Birillo, il quale gradiva scodinzolando e guardandosi bene dallo stringere i denti. Fu così che da quel giorno l’egiziano si rincuorò e cominciò anch’esso ad accarezzare la bestiola.

Veramente gustosa è la vicenda di un individuo che veniva sovente a trovarmi per lavoro, supponente e critico nei confronti del cane. Un giorno, apostrofando il cane con tono di scherno, disse che la bestiola era incapace di comportarsi da cane da guardia, ma stazionava in cantiere con fine opportunistico, per soddisfare la propria gola. Premesso che nessuno gli aveva chiesto il parere e che comunque la cosa fu detta con sprezzo e cattiveria, per mostrargli il suo torto chiamai Birillo e con fare autorevole dissi: «Birillo, attacca!». In realtà neppure io credevo che il cane potesse capire e ubbidire, ma volevo ugualmente creare qualche attimo di ansia al nostro irrispettoso amico. Fu grande la meraviglia nel vedere il pastore maremmano avventarsi in maniera minacciosa contro costui. Riuscii a fermare il cane solamente facendo scudo col mio corpo e con non poca difficoltà, mente il personaggio in questione, paonazzo, si rifugiava velocemente dentro la vicina auto.

Il cane, durante la notte, impediva l’accesso all’interno del cantiere agli addetti alla vigilanza. Costoro lamentavano la presenza minacciosa di Birillo che li costringeva a limitare i controlli all’esterno dell’area, senza neppure poter scendere dall’auto. Preso atto delle loro comprensibili lamentele, ma impossibilitato a trovare soluzione alternativa, diedi disposizione affinché non venisse rinnovato il contratto con l’azienda di vigilanza pensando che, tutto sommato “era più economico acquistare delle belle bistecche al cane che pagare il loro onorario!”. In effetti durante il periodo di permanenza di Birillo in cantiere, nessuno osò tentare un furto.

Birillo 06 

 §

Intanto il tempo passava ed io non riuscivo ad immaginare quale potesse essere il futuro di Birillo; il cantiere sarebbe terminato e occorreva trovargli una sistemazione definitiva. Io, purtroppo, non potevo portarlo con me, visti gli spazi ristretti della mia abitazione di allora e comunque non adatti ad un cane abituato a percorrere spazi immensi senza alcun vincolo. Inoltre, per motivi di lavoro, sono spesso portato a cambiare casa, quindi ciò rendeva ancora più incerto fare ipotesi future. Di sicuro non era pensabile lasciarlo in cantiere. Inoltre mi affezionavo sempre di più al nostro amico e lui a me, rendendo ogni giorno più difficile la nostra separazione. Questo pensiero mi angosciava e ormai occupava quasi in toto la mia mente.

Mentre io mi ponevo questi problemi ecco che accadde ancora una volta un fatto nuovo: ricordate la comunicazione inviata tempo prima ai vigili urbani? Io l’avevo ormai scordata ma il comune no! Senza preavviso si presentarono in cantiere due cortesi rappresentanti della polizia locale che, constatata la presenza di Birillo, contattarono il servizio accalappiacani per un intervento di cattura e trasporto dell’animale presso il canile! Quindi si accomiatarono riferendo di avere avuto conferma che il tutto sarebbe avvenuto entro qualche giorno. La situazione stava quindi precipitando verso il peggio! Che fare? Occorreva agire subito e trovare una soluzione alternativa. In ultimo pensai che se il doveroso provvedimento amministrativo fosse stato preso prima di trovare una soluzione, sicuramente mi sarei recato presso il canile per chiedere l’adozione dell’animale, salvo pensare poi come organizzarmi una volta terminato il cantiere. Era comunque assurdo che venisse consentito di portare via Birillo, costringendolo ad un forte quanto inutile stress per un allontanamento forzato che non poteva capire.

L’unica persona che poteva aiutarmi in quel momento era Sara, la mia amica che tanto aveva fatto per Birillo e che, se avesse potuto far ancora qualcosa, di sicuro non si sarebbe tirata indietro. Certo, così all’improvviso era abbastanza complicato anche per lei riuscire a trovare una sistemazione per il cane entro qualche giorno al massimo. Infatti, Sara ed io avevamo preso l’impegno di trovare una soluzione prendendoci comunque un po’ di tempo, anche in virtù del fatto che sarebbe stato opportuno riuscire ad educare meglio il cane, prima di una sua possibile adozione. Ora però occorreva agire subito! Se gli addetti al servizio di cattura dell’animale fossero venuti quando Birillo era ancora in cantiere, purtroppo non ci saremmo potuti opporre. Diverso sarebbe stato riuscire ad allontanare il cane prima del loro arrivo: avremmo sempre potuto dire che “la bestia feroce non si era più vista nei paraggi”……

Nello stesso periodo ci fu un altro avvenimento che scombussolò la tranquilla routine di Birillo.

§

Era una tiepida giornata ed io arrivai in cantiere in tarda mattinata, avendo dovuto recarmi negli uffici della stazione appaltante per rituali e frequenti adempimenti amministrativi.

Un capo squadra, vedendomi, mi si avvicinò velocemente e mi chiese se avessi notato che Birillo non mi era venuto incontro come era solito fare quando sentiva il rombo della mia auto.

Io subito pensai volesse darmi la cattiva notizia dell’avvenuta cattura del cane da parte degli incaricati del comune; quasi balbettando risposi: «no, perché che è successo? Dov’è ora?». Al che il mio interlocutore mi disse che il cane se ne stava accucciato sotto il furgoncino aziendale, come gli capitava quando non voleva essere disturbato; disse inoltre di aver notato che la bestiola aveva una piccola ferita su una coscia. La notizia della presenza di Birillo in cantiere mi fece superare la preoccupazione per la ferita e andai a controllare di persona. In effetti il cane era stranamente triste ed infastidito, al mio richiamo si avvicinò, ritengo per non deludermi piuttosto che per la voglia di farmi le feste. E’ così che notai la ferita. Era abbastanza evidente come si fosse procurato la lacerazione, che a ben osservarla non lasciava adito a sospetti: il nostro povero amico doveva essersi seduto su una tavola chiodata. Talvolta, infatti, contravvenendo alle sia pur rigide regole in materia di sicurezza, i carpentieri “scordano” di ripulire il piano di lavoro. Ecco che Birillo, non potendo certo indossare calzature di sicurezza come tutti noi, era incappato in un “infortunio sul lavoro”.

Nei giorni successivi la ferita era sempre più preoccupante, si presentava profonda, sanguinava ed infastidiva vistosamente l’animale, il quale ormai non permetteva più a nessuno di toccarlo su quelle parti del corpo. Io cercavo invano di medicarlo con dell’acqua ossigenata, magari con una “spruzzatina” a tradimento ma lui scappava impaurito. Un pomeriggio un operaio cercò di medicarlo tenendolo fermo ma per un pelo non ci rimise la mano, sulla quale Birillo si avventò con fare minaccioso.

A quel punto, preoccupato, decisi di portarlo dal veterinario. Purtroppo però la sofferenza che gli provocava la ferita al contatto con corpi estranei, portò il cane a rifiutarsi categoricamente di salire nella mia auto, costringendomi ad una lunghissima passeggiata al guinzaglio per raggiungere l’ambulatorio. Con noi venne anche Egle. Fu divertente portarlo in giro per la città. Birillo era felicissimo di questo inaspettato giretto pomeridiano perché non capiva quale sarebbe stata la meta. Negli stretti marciapiedi più di una volta dovemmo cedere il passo agli altri pedoni, spostando il cane di lato o, in un caso, mettendogli la museruola, per consentire ai tanto intimoriti passanti di poter transitare senza protestare. Comunque sia il nostro amico a quattro zampe fu molto docile, in nessun caso mostrò segni di nervosismo e, anzi, apparve divertito e rilassato, rincuorandoci per la nostra preoccupazione dovuta al suo stato di salute.

Dopo la lunga camminata arrivammo all’ambulatorio. Fu alto l’umore di Birillo nell’attendere il suo turno, mentre faceva amicizia con gli altri pazienti a quattro zampe. Altrettanto forte fu la sua delusione quando arrivò il suo momento e capì che non si trattava di bel gioco, ma qualcuno cercava di mettere le mani nella sua dolorante ferita!

Svegliatosi dal torpore del sedante che il veterinario si vide costretto a somministragli per ovviare al suo fare poco disponibile, Birillo si accorse di avere attorno alla testa un antipaticissimo collare elisabettiano che aveva il compito di impedirgli di leccarsi la ferita. Immagino conosciate il collare in questione; ecco, immaginatene ora uno di dimensioni extra, che poteva andar bene per un terranova di novanta kg! Il veterinario mi disse che si trattava dell’unico collare che non fosse troppo piccolo per Birillo fra quelli disponibili, loro non potevano avere una scorta con tutte le taglie! Ma vi rendete conto?

La disperazione del cane per la sua nuova situazione era immaginabile. Era spaventatissimo, continuava ad agitarsi e a rendere tutto difficile. Mi resi conto che in tali condizioni non potevo riportarlo in cantiere dal quale avrebbe potuto allontanarsi ed incappare in chissà quali pericoli. Quindi spiegai tutto ciò al giovane medico sperando mi potesse dare un consiglio su come agire, il quale mi rispose con tono stizzito: «Un cantiere? Ma siamo matti? Lei il cane lo deve portare a casa sua!». Allora cercai di spiegargli con poche parole la situazione complessiva e gli chiesi se sapeva indicarmi una pensione per cani dove potessi lasciare Birillo almeno per la prima notte; l’indomani mi sarei organizzato meglio. Lui incalzò: «Se lei non è in grado di tenere un cane non lo tenga, altrimenti non serve a nulla!». “A nulla cosa?”, pensai io, così facendo mi trattenni dal mandare a quel paese il nostro scorbutico sbarbatello dal camice verde e, dopo avergli saldato il salato conto, uscii per strada con Birillo al guinzaglio. Nel frattempo la sera stava calando e fra un po’ sarebbe stato buio. Per fortuna una gentilissima ragazza che stava lì ed aveva assistito alla sfuriata del dottorino mi informò del fatto che dall’altra parte della città vi era un centro attrezzato, che lei ben conosceva, in cui venivano ospitati gli animali; lei stessa chiamò e col mio accordo prenotò la degenza a Birillo.

Ciò che ne seguì fu veramente concitato: Egle mi aspettò col cane mentre io andai in cantiere a piedi per recuperare la mia auto, per poi tornare a riprendere i due. Non vi racconterò il tormento nel far salire Birillo in auto e ciò che combinò durante quel breve viaggio: credo di aver rischiato il ritiro della patente, il sequestro dell’auto e non so cos’altro. Ma non voglio tediarvi troppo con i dettagli di questa situazione, vi dirò solamente che il cane, una volta richiuso dentro il recinto della dignitosissima struttura, nel vederci allontanare senza di lui, si mise piangere.

La sera, tornati a casa, cominciammo a valutare come agire ed avvisammo Sara, la quale, ci comunicò di aver nel frattempo trovato chi poteva adottare il cane, consentendogli una nuova casa e tanto affetto. Quindi, in parte rincuorati, cominciammo a fare progetti futuri. La situazione era allettante per Birillo: il suo futuro nuovo padrone era un amico di Sara, amante dei cani, con una casa dotata di immenso giardino, nelle campagne di Pavia. Era l’ideale! Sembrava incredibile, ma avevamo trovato la giusta collocazione per Birillo. Restava solo un problema: il suo trasporto in Lombardia.

§

L’indomani avevo programmato di andare a trovare Birillo, per rincuorarlo e per verificare che stesse meglio. Mi sarei recato alla pensione canina durante la pausa pranzo, approfittandone per portargli delle gustose ossa di bovino, che lui apprezzava in maniera particolare.

Arrivato presso la struttura di accoglienza, mi venne incontro una delle ragazze che si occupavano della cura degli animali e mi informò, dispiaciuta, del fatto lei non era potuta entrare nel recinto per le eseguire le pulizie di rito, causa il fare minaccioso del cane. Anche il veterinario della struttura, che aveva il compito di medicargli la ferita, vi rinunciò per timore di essere aggredito. Per lo stesso motivo avevano dovuto passargli il cibo attraverso le grate, il tutto inutilmente in quanto Birillo non aveva mangiato.

Appena mi avvicinai al recinto, alla mia vista, Birillo cominciò a fare dei salti cercando di scavalcare il cancelletto d’ingresso. Entrai all’interno e fu tutta una festa. Capii anche perché il cane, sia pure affamatissimo, non toccava cibo: il collare extra large che gli circondava completamente la testa sporgeva in avanti oltre il muso. In tal modo, quando si avvicinava alla ciotola, il collare poggiava al suolo impedendogli di “arrivare” con la bocca al cibo. Pensate voi che tortura: essere affamati, avere del cibo a pochi centimetri dal muso e non riuscire a mangiare! Fu così che per alcuni giorni io mi recai due volte al dì presso la struttura e, con tanta pazienza, gli tenevo sollevata la ciotola con le mani, accostandola all’interno del collare; in tal modo Birillo ricominciò a nutrirsi. Dopo mangiato lo portavo a fare un giretto al guinzaglio, così l’addetta provvedeva alle pulizie senza timore. Al rientro nel recinto gli mettevo la museruola affinché potesse accedere il veterinario che gli medicava la ferita. Alla fine di queste operazioni, levata la museruola e richiuso il cancello alle mie spalle, il mio affezionato amico ricominciava a piangere come la prima volta.

§

Arrivò presto anche l’week end in cui Birillo ci avrebbe salutati per sempre: Sara arrivò ad Olbia di sabato con in tasca un biglietto di ritorno “per due” sulla nave per Genova. Se da un lato mi rallegrava il fatto che tutti ci stavamo adoperando per il suo bene, organizzando al meglio la sua vita futura, d’altra parte mi rattristava la consapevolezza che mi sarei separato per sempre da lui. Di più: avevo il timore che il cane, non potendo capire il nostro gran fare, vivesse il suo allontanamento da me come un abbandono; infatti Birillo ormai mi riconosceva come il suo unico padrone!

Nel fine settimana che precedette la sua partenza, Birillo fece gli ultimi controlli veterinari e venne finalmente liberato dal fastidioso collare. Sara, Egle ed io approfittammo delle sue buone condizioni per portarlo un po’ in giro per la città e perfino in spiaggia, ancora semideserta, che lui osservava stupito. La domenica sera lo portammo con noi perfino al ristorante e lui stette buonissimo, accovacciato accanto al tavolo, a dormicchiare mentre noi mangiavamo. Insomma, Birillo era diventato un cane perfettamente educato e socievole.

Il giorno della sua partenza lo accompagnammo al porto. Birillo sembrava divertito da questo ulteriore giretto. Giunti davanti al controllo antistante l’accesso alla motonave, dovemmo salutare per l’ultima volta il nostro amico. Gli bisbigliai alcune cose all’orecchio che il cane pareva quasi comprendere. Superata la barriera dei controlli, con l’antipatica museruola sul muso ed al guinzaglio, si girava ripetutamente a guardare noi due che restavamo lì; sembrava stupito per il fatto che non facessimo più parte dell’allegra compagnia. Questo è l’ultimo ricordo di Birillo che conservo.

§

Da allora mi arrivano spesso sue notizie e ogni tanto ricevo via mail foto recenti che mi rammentano questa bella storia. Nel soggiorno della nostra casa abbiamo appeso una sua foto del periodo olbiese, dalla quale sembra osservarci.

Birillo a Pavia 

Nel frattempo i lavori in cantiere sono proseguiti e la costruzione dell’opera è stata conclusa. Vana è stata l’attesa che il tanto temuto accalappiacani arrivasse.

Ancora oggi mi viene da sorridere, non senza un velo di malinconia, quanto mi torna in mente il ritornello con il quale cominciò questa storia: Aiuto, c’è un cane in cantiere!

Categorie:Racconti

Una visita al Vajont

3 Novembre 2010 5 commenti

Diga del Vajont 01

Erano anni che sentivo parlare della tragedia del Vajont ed avevo sviluppato una forte curiosità, che giustificavo come dettata dall’interesse professionale, ma oltre questo era sopratutto un mix di curiosità, stupore e fascino (si, direi quasi fascino). Interesse per una sciagura prodotta da errori macroscopici dell’uomo-tecnico che sfociavano in una sola quanto forse inutile domanda: quanto ciò fosse dipeso dall’errore e in che misura sarebbe stato possibile evitarlo?

Credo che ragionevolmente una risposta esatta non ci sia, c’è però un monito, un insegnamento che deriva dalla visione di quei luoghi che, anche a tanti anni di distanza, raccontano una storia, una tragedia annunciata ma sottovalutata, per incuria, per ignoranza, per presunzione (come quasi sempre). Ma forse anche la paura di ammettere tardivamente di aver sbagliato ed accettare di andare incontro alle proprie responsabilità, è più forte della consapevolezza del rischio al quale si va incontro e ci si affida quindi inconsciamente ed incoscientemente non più agli insegnamenti della scienza ma piuttosto alla “speranza” che non accada.

Tralascerò i dubbi e gli interrogativi e proverò a raccontarvi il mio breve viaggio in quei luoghi mai dimenticati e le emozioni che mi ha creato.

§

Era il sabato di un tiepido novembre del 2005, all’epoca il mio lavoro mi aveva portato a vivere per qualche anno a Domodossola, insieme alla mia compagna Egle, la quale, come sempre, mi seguì entusiasta nella mia escursione al Vajont. Programmammo velocemente il nostro itinerario e, dopo aver prenotato un alberghetto a Longarone ci incamminammo verso la meta, per circa 470 km, la maggior parte in autostrada. Il viaggio fu abbastanza lungo per una non stop pomeridiana come la nostra, ma ne valeva la pena.

Arrivammo a Longarone credo verso le diciannove, era comunque ormai buio e naturalmente rimandammo la visita alla diga all’indomani mattina. Dopo aver sistemato i nostri pochi bagagli in albergo, uscimmo per cercare un posto dove poter mangiare qualcosa ed incappammo in una trattoria molto “alla buona” dove la gioventù del luogo pare si fosse data appuntamento per festeggiare il sabato sera. Mangiammo non proprio benissimo ma la simpatia degli avventori e l’atmosfera familiare del luogo ci misero di buon umore.

Mentre ci incamminavamo verso l’alberghetto (continuo a chiamarlo affettuosamente così perché fuori dagli schemi classici, ma comunque dignitoso) sulla nostra destra apparve qualcosa che mi fece da subito esclamare con una colorita espressione di meraviglia, prontamente contestata dalla mia dolce metà perché, a suo dire, non ci si deve mai concedere nessun genere di turpiloquio, neppure per esternare favorevole stupore…

Ma veniamo a noi. Cosa aveva colto la mia attenzione transitando sulla strada principale del paese, nel buio della tardissima sera, illuminata dai fari dell’auto e dalla fioca illuminazione pubblica?

Diga del Vajont 02

Sulla mia destra si erigeva superba un’imponente montagna quasi invisibile col buio della notte ma individuabile da una serie di piccole lontane luci che si dipanavano verso l’alto fino a raggiungere la sommità di un qualcosa dalla forma indefinita. Ma ecco che a guardare meglio si riconosceva un immenso triangolo isoscele, con il lato disuguale orizzontale sulla parte alta della montagna; sulla sua sommità le stelle di un cielo vagamente autunnale.

Impossibile per me descrivere la sensazione provata in quel momento; avevo appena visto la diga dal basso, da Longarone, esattamente da quella zona della valle maggiormente colpita dalla furia dirompente dell’onda che tracimava. In quel momento provavo ad immaginare ciò che avevano vissuto coloro che in quel lontano 9 ottobre del 1963 si erano trovati a passare in quel punto, in cui io stazionavo, negli attimi prima che l’onda si abbattesse sull’abitato e su di loro, con effetti devastanti.

Restammo lì a riflettere non so per quanti minuti, in silenzio. Infine decidemmo di proseguire verso l’albergo dove ci attendeva una breve notte di attesa.

§

La mattina presto, consumata velocemente la colazione, lasciammo l’alberghetto per dirigerci verso la meta e arrivammo alle pendici della montagna.

Lo scorcio della diga che la sera precedente avevamo ammirato nelle sue forme sbiadite e forti allo stesso tempo, alla luce del mattino si presentava ancora più imponente e maestosa dominando il paese dall’alto.

Una grande opera dell’uomo che avrebbe dovuto formare un lago con una capacità di massimo invaso di quasi 169 milioni di mc, di cui 150 milioni di capacità utile (dopo la variante del 1957). Opera che aveva resistito alle notevoli sollecitazioni derivanti dall’enorme massa di terra e fango che colmò l’invaso in quegli attimi che precedettero la distruzione dei luoghi sottostanti e circostanti: si staccarono dalla parete complessivamente 270 milioni di mc di roccia, che scivolarono nel bacino artificiale sottostante nel quale vi erano 115 milioni di mc di acqua al momento del disastro, che inevitabilmente tracimarono creando distruzione.

Ecco, la diga, osservata da questo punto di vista sembrava una fiera che se ne stava tranquillamente seduta a riposarsi dopo aver divorato la sua preda! Perdonerete il mio paragone un po’ forte e apparentemente irrispettoso, ma quella era la sensazione che io provavo in quei momenti.

Cominciammo dunque il nostro percorso in salita, seguendo quella stradina curvilinea ed in parte scavata sulla parete rocciosa che conduceva in cima alla montagna. Ai lati della strada le luci delimitanti il bordo carreggiata ci ricordarono il percorso luminoso intravisto la sera prima. Alla fine della strada, in cima al percorso in salita, si arriva ad un terrapieno dove il sacro ed il profano sembrano condividere gli spazi: una chiesetta stile moderno ricorda le vittime della tragedia; alcuni venditori ambulanti propongono libri, stampe, dvd e quant’altro riguardi la storia del disastro del Vajont. Questa visione dal tono commerciale distrae per qualche istante facendo perdere il punto di vista principale: la diga vista dal lato dell’invaso, quasi completamente colmato dalla frana, perde la sua maestosità. La sommità di una parte della frana, divenuta terreno stabile, è percorribile per un breve tratto anche con l’auto, lungo una stradina bianca, che interferisce in maniera opinabile sulla visione complessiva dei luoghi.

Diga del Vajont 03

In cima al coronamento della diga, un camminamento consente di osservare nel contempo sia la valle sottostante che le sovrastanti linee di frattura nelle pareti del monte Toc, evidenziando forma e proporzioni della frana.

Forse chi legge queste righe non percepirà le mie sensazioni, condizionate anche dal mio punto di osservazione privilegiato: l’interno dell’invaso, teatro di accumulo della frana staccatasi dalla montagna, quasi completamente colmato dalla terra. Terra che in qualche modo incarna il ruolo di costola della montagna segnata per sempre da quella inquietante frattura!

Diga del Vajont 04

Noterete, fra le fotografie da me scattate in tale occasione e qui allegate, anche la parete del monte Toc, alterata dalla frana. Vi assicuro però che nulla è rispetto alla visione reale dei luoghi, che invito tutti a visitare almeno una volta nella vita, sopratutto chi quotidianamente opera a vario titolo nel campo delle costruzioni.

 Diga del Vajont 05

Diga del Vajont 06

Al termine della visita a quei luoghi avremmo voluto percorrere la strada che costeggia l’invaso per poi visitare anche gli altri comuni interessati dal disastro. Purtroppo quella mattina vi era una nebbia molto fitta, dovuta sicuramente anche alla presenza dell’invaso residuo (lago del Vajont), formatosi a monte della frana a qualche km dalla diga, che ha di fatto modificato il microclima locale. Per tale motivo ci fu impossibile percorrere tutta la strada che costeggia l’invaso; né fu possibile visitare il comune di Erto Casso, anch’esso colpito dalla furia dirompente dell’onda, sia pure in misura minore rispetto a Longarone, data la sua differente posizione altimetrica.

Diga del Vajont 07 

Diga del Vajont 08

Terminato quel breve ma intenso tour nel luogo del disastro ci avviammo quindi verso la via del rientro, ripromettendoci di tornare in quei luoghi per rivisitarli, magari nel periodo primaverile o estivo.

Rientrati a Longarone ci recammo al cimitero dei caduti nel disastro, all’interno del quale  vi sono dei pannelli esplicativi che illustrano la tragica vicenda con foto d’epoca e testimonianze. La veloce visita al luogo di culto e commemorazione dell’accaduto fu l’ultimo tassello di quel breve viaggio di metà autunno.

Poi ci aspettavano altri 470 km prima del rientro a casa.

§

In questo breve racconto non mi soffermo sulla descrizione tecnica della diga, assolutamente intatta e perfettamente conservata, di altissimo interesse tecnico. Né racconterò gli eventi che portarono al disastro, peraltro ampiamente documentati nella vastissima letteratura sul tema. Dopo aver approfondito la conoscenza degli eventi e dopo la visione dei luoghi, desidero però evidenziare una riflessione. La tragedia del Vajont è stata uno dei maggiori disastri del secolo scorso avvenuti in territorio italiano; di sicuro il più grave fra quelli provocati dall’intervento dell’uomo sulla natura, con le sue quasi duemila vittime e diversi comuni distrutti.

A pagare realmente furono in pochissimi e comunque con pene inique se paragonate alla portata ed alla gravità della tragedia.

Il progettista dell’opera (Ing. Carlo Semenza) ed il geologo che si occupò degli studi alla base dell’ipotesi progettuale e che continuò la sua collaborazione anche in corso d’opera (Prof. Giorgio Dal Piaz) morirono entrambi prima del disastro, ma non prima di rendersi conto del possibile pericolo che incombeva.

A dire il vero il progettista, dotato di enorme esperienza nel campo degli sbarramenti, aveva responsabilità limitate, infatti calcolò in maniera impeccabile anche lo sbarramento del Vajont, che non subì nessun danno. Diverse invece sono le responsabilità sulla scelta del sito, assolutamente non adatto dal punto di vista geologico e nel perseverare sul completamento dell’opera nonostante i sintomi di un pericolo imminente.

Vorrei però evidenziare il ruolo di un personaggio, appartenente al team di coloro che realizzarono l’opera, che morì suicida il giorno prima dell’inizio del processo che lo vedeva coinvolto in concorso con altri imputati. E’ significativo notare che tale personaggio, Ing. Mario Pancini, era di fatto un tecnico coinvolto nella mera costruzione dell’opera (nella letteratura sull’argomento vi sono alcune attribuzioni contrastanti sul ruolo esatto ma pare verosimile si trattasse del direttore tecnico del cantiere) ma del tutto scevro da potere decisionale in merito ai provvedimenti da adottare una volta appurato l’incombente potenziale pericolo. La sua figura è dai più riconosciuta come “esterna” alle vere responsabilità dell’accaduto ma, come spesso accade, nell’animo delle persone oneste prevale il senso di responsabilità e di colpa morale anche quando in realtà non si è potuto far nulla per evitare una tragedia. Forse l’Ing. Pancini ha pagato il suo essere persona mite e rispettosa (almeno così ci viene descritto), ma credo che sia l’unico ad aver “scontato” una pena eccessivamente severa (la morte).

Pena differente per l’Ing. Semenza, deceduto prima del disastro. Quest’ultimo ha pagato passando alla storia come il progettista del Vajont, finendo nei libri di storia non come un brillante ed esperto progettista di dighe, quale egli era, come tale conosciuto in tutto il mondo, ma per vedere associato il suo nome al disastro del Vajont, pur non essendo il maggior responsabile.

§

Per chi volesse approfondire la conoscenza di quegli eventi, oltre alla numerosissima bibliografia sull’argomento, consiglio di visitare i seguenti siti:

http://vajont.net/  (sito ufficiale a cura del comune di Longarone)

http://www.erto.it/  (sito dedicato al comune di Erto e Casso)

http://www.tinamerlin.it/  (associazione culturale Tina Merlin)

http://www.progettodighe.it/main/le-dighe/article/vajont

 

Inoltre vale la pena di vedere il bellissimo film “Vajont” di Renzo Martinelli che racconta la storia della tragedia, romanzandola con alcuni dettagli umani che non intaccano la veridicità dei fatti ma ne rendono stimolante la visione. Lo si trova in versione DVD in tutte le distribuzioni.

Consiglio ancora l’opera teatrale di Marco Paolini e Gabriele Vacis “Vajont 9 ottobre 1963, orazione civile”, una stupenda ricostruzione dei fatti dove Paolini in oltre due ore e mezza di affascinante spettacolo ricostruisce i dettagli della tragedia: da non perdere!

 

Infine, per chi volesse “sorvolare” il Vajont utilizzando google maps, vi allego il seguente  link

Categorie:Racconti